Altro che caso limite. Qua dentro quella è la normalità». All’ingresso del pronto soccorso del Policlinico Umberto I è una giornata come le altre, nonostante il clamore suscitato dal blitz di Ignazio Marino e Domenico Gramazio.
«Stavolta - sorride sconsolato uno dei lavoratori che chiede l’anonimato - i vertici dell’azienda non sono stati avvertiti in tempo: la scorsa settimana, quando è arrivata “a sorpresa” la delegazione della Regione, avevano avuto una soffiata il giorno prima e fecero in tempo a far ripulire tutto e a smistare i malati nei reparti. È stata persino aperta una sala d’osservazione che di norma è chiusa. Eravamo ben preparati, insomma. Per forza non hanno trovato nulla di strano».
E invece la normalità nella “piastra”, la stanza centrale in cui vengono riuniti i pazienti sotto osservazione, sono le attese di giorni in attesa di trovare un letto, le sedie usate come barelle («quando arriva un caso più grave facciamo alzare chi sta meglio», spiegano) e persino i pasti serviti direttamente al pronto soccorso. «Un assurdo, ma non c’è altro modo per assistere chi passa qui dentro anche quattro o cinque giorni. Colazione, pranzo e cena servite direttamente qua dentro».
I problemi, spiegano medici e infermieri, sono essenzialmente due: la mancanza di posti letto e la carenza di personale. «Ogni giorno riceviamo un fax in cui vengono indicati i posti letto disponibili. Il vero dramma è rappresentato da medicina: quotidianamente riusciamo a trovare 5, massimo 10 posti. Però al pronto soccorso ci sono costantemente 30 persone in attesa in “piastra”. E là restano per giorni. Va detto poi che i posti che di solito sono disponibili sono “in aggiunta”: ossia sono letti che vengono sistemati in stanze che sono già piene».
Un girone infernale su cui, di notte, vegliano due o tre medici. «Di più non ce ne sono - allarga le braccia sconsolato - e quelli che sono al lavoro spesso sono o specializzandi o contrattisti non strutturali che prendono meno degli altri e non hanno alcuna copertura legale. L’altra notte in servizio c’erano due soli medici e appena tre infermieri. Per occuparsi di tutto questo».
Allarga le braccia e indica la scena che lo circonda: nella “piastra” ci sono almeno 30 malati, barelle ammassate ovunque, sedie occupate nella stanza accanto, un solo bagno utilizzabile e una confusione insopportabile. Almeno 50 le persone che attendono fuori dopo aver fatto il triage. «La storia della donna in coma e legata ad una barella ha fatto parecchio rumore - continua la nostra fonte - ma vi assicuro che qua dentro succede anche di peggio. Soltanto poche settimane fa è arrivato un uomo con un sospetto di infarto. È stato portato nella “piastra” ed è stato attaccato ai macchinari che ne dovevano monitorare la situazione. Poi il medico si è allontanato perché nel frattempo c’erano altri pazienti da accudire: più tardi abbiamo scoperto che era morto, e chissà da quanto tempo. Con tutta questa confusione, con il rumore, nessuno se n’era accorto».
Nelle parole di quest’uomo con il camice bianco indosso c’è la stanchezza di un lavoro diventato impossibile e la rabbia di non riuscire a fare quanto invece si vorrebbe. «Sono tre anni che andiamo avanti così: hanno tagliato posti letto, e non sappiamo più dove mettere persone. Hanno chiuso molti pronto soccorso fuori Roma e l’Umberto I adesso deve servire un bacino enorme di pazienti. Hanno tagliato i fondi e ci ritroviamo senza barelle e senza sedie a rotelle». Eppure si va avanti. «Scrivetelo però - conclude prima di salutarci - noi continuiamo a fare il nostro lavoro meglio che possiamo. E se le cose in qualche modo funzionano è solo per gli sforzi e i sacrifici che chi lavora qui dentro fa ogni giorno».