Un aspetto inquietante dell’odierna crisi della politica è l’inaudita pretesa dei media di costruire artificialmente la leadership, di colonizzare cioè i partiti impedendo una loro ripresa funzionale. Dopo il papa straniero e il podestà forestiero, ora i media puntano sul nemico interno descritto come un martire inerme umiliato dagli apparati prepotenti e perciò invocato come il santo castigatore di un partito che dà fastidio solo perché vuole rivitalizzare i suoi riti, precisare le regole condivise, tracciare un’identità definita senza più riconoscere l’eterodirezione di gruppi editoriali influenti.
I media sono una componente essenziale della crisi organica della democrazia per la loro sorda ostilità verso i partiti, le sole ancore di stabilizzazione di un paese ormai alla deriva. Ogni scalpitante amministratore che si scaglia contro il quartier generale del partito, per i giornali mostra ben impressi i segni di un uomo della provvidenza. I processi politici però sono più complessi delle narrazioni di gesta eroiche di capi che afferrano lo scettro senza alcuna considerazione del loro peso effettivo entro organizzazioni e processi politici gelatinosi. Con un berlusconismo ormai interiorizzato, i media ostacolano così la correzione dei guasti sistemici emersi nel ventennio del bileaderismo asimmetrico che sul cadavere dei partiti celebrava la singolar contesa tra due capi indicati sulla scheda. I costi immensi del populismo costituzionale, come l’ha definito Sartori, sono ben tangibili dinanzi alla tragedia di un premier al crepuscolo che però non cede il potere e anzi trasporta il paese verso la catastrofe perché rivendica una fantomatica investitura diretta che lo rende intoccabile.
La richiesta principale emersa a Firenze, le primarie aperte di coalizione, ha una carica fortemente conservatrice. È tutta dentro il ciclo che ha violentato la democrazia rappresentativa dinanzi ai capricci di un capo. I media sono immersi nel pantano della crisi quando celebrano con trasporto modesti capi che recitano e offrono il microfono ai passanti dal volto noto per far vivere a chiunque l’ebbrezza di occupare per 5 minuti Palazzo Chigi. Un programma di governo di un paese vicino alla paralisi richiede però analisi rigorosa, coraggio di scelte difficili, capacità di far accogliere al paese smarrito delle decisioni ardue, insomma grandi classi dirigenti e non certo l’estemporanea trovata di un passante spacciata per democrazia deliberativa.
A Firenze, con la furia finto giovanilistica della rottamazione dei dinosauri, si sono celebrati i fasti inquietanti di un nuovo populismo travestito da illusionismo efficientista e sprezzante volontà di ricambio. I rottamatori piacciono però non già per le simpatie neoliberiste (da sempre minoritarie) ma per la ricetta antipolitica giocata con cinismo sulla polarità vecchio-nuovo, giovane-anziano, apparato-società civile. I rottamatori in realtà sono i conservatori di questo brutto presente populista che loro vorrebbero ripulito proprio dai partiti, dai sindacati che coltivano il conflitto sociale, dalla rappresentanza.
Dalla crisi di sistema non si esce in positivo senza una ritrovata autonomia culturale dei partiti profondamente rinnovati dai poteri economici e mediatici. La ricostruzione del partito si è rivelato un obiettivo più arduo da raggiungere che non sperimentare l’alternanza al governo. E però dopo aver conquistato Palazzo Chigi la coalizione eterogenea si sfaldava d’incanto. Le anarchiche primarie aperte di coalizione che note così struggenti ha ispirato sull’Arno allontanano da una cura incisiva al malessere della politica che non può prescindere, come sull’Unità di ieri ha riconosciuto anche Di Pietro, dalla fisiologica attribuzione della leadership al partito maggioritario al lavoro per favorire l’assestamento del sistema politico.
La proposta di Bersani parte proprio da questa consapevolezza dei guasti della democrazia del capo carismatico. L’annuncio di una conferenza sul partito può valere come occasione per la ricostruzione di un anello storico mancante e per offrire una manutenzione dell’organizzazione, per indicare un percorso collettivo per la selezione dei nuovi gruppi dirigenti di un partito della coesione in un tempo di incertezza. Il più grande partito deve rivendicare con forza per il suo leader, e proprio in quanto leader del partito, la naturale guida della coalizione. O democrazia con partiti rinnovati o plebiscitarismo sfrenato attorno a leader appassiti. Tertium non datur.