Di Pietro insulta giudici e Colle. Il Quirinale: parole vergognose

Di Natalia Lombardo
13 gennaio 2012
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Hanno tonalità diverse le reazioni dei promotori del referendum bocciato dalla Corte Costituzionale. Il tono più duro e altisonante lo usa Antonio Di Pietro, che parla di «scempio della democrazia» e attacca il presidente della Repubblica: «La decisione della Consulta non ha nulla di giuridico e di costituzionale, ma è politica, per fare un piacere al Capo dello Stato, alla maggioranza trasversale e inciucista del Parlamento», ha commentato a caldo il leader dell’Italia dei Valori.

Da ambienti del Quirinale la dichiarazione di Di Pietro è condannata come «insinuazione volgare e del tutto gratuita, che denota solo scorrettezza istituzionale». L’ex magistrato ribatte dopo un po’ di ore: «Istituzionalmente scorretta non è la mia reazione, non sono scorretto io» che ho raccolto le firme «ma chi in Parlamento ha violato la Costituzione» votando no all'arresto di Cosentino, e «la Corte che non ha dato la possibilità ai cittadini di fare il referendum, che è strumento di democrazia diretta», ha detto Di Pietro. Il quale ha gridato al «regime» evocando le purghe fasciste: «Manca solo l’olio di ricino»; in serata reclama la piazza al grido «resistere, resistere, resistere» (coniato dal suo ex capo di Mani Pulite, il procuratore Borrelli).

Rispettare le sentenze
Di Pietro mercoledì sera a Otto e mezzo aveva detto che avrebbe «rispettato la sentenza», poi sul blog ha sparato a zero, tanto che qualche commento in rete lo accusa di «essere come Berlusconi» quando tuonava contro le decisioni dei giudici.

«Berlusconi ha portato a casa l’impunità del braccio destro Cosentino» ha ribattuto l’ex pm. Il commento di Arturo Parisi, fra i promotori del referendum anti-Porcellum, è provocatorio verso i partiti: «Tutto come da pronostico riportato dai giornali. Adesso tocca ai partiti e non vorrei essere nei loro panni», ha detto ieri in Transatlantico, «rispettiamo la decisione», come annunciato, «leggeremo le motivazioni». In ogni caso, «noi continueremo la nostra battaglia per interpretare la volontà di coloro che hanno firmato per il referendum».

Per il leader di Sel, Nichi Vendola, altro promotore del referendum, «non è una bella giornata per la democrazia», perché la sentenza «frustra la straordinaria domanda di cambiamento espressa da 1 milione e 200mila cittadini», ai quali è stato impedito di sostituire la legge Calderoli, «quella sì apertamente incostituzionale», sostiene il presidente della Regione Puglia.

«Tavolo Pd, Pdl e Udc? No grazie» Cosa succederà adesso? L’Italia dei Valori depositerà una sua proposta di legge in Parlamento, e necessariamente dovrà discutere con gli altri partiti, ma rifiuta di sedersi a un «tavolo», già in via di allestimento, con il Pd, il Pdl e l’Udc, i partiti che sostengono il governo Monti.

«L’unico tavolo utile per noi è la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica», dichiara Leoluca Orlando come portavoce dell’Italia dei Valori, «discuteremo della legge solo in questi luoghi, in uno scantinato no grazie, non fumiamo», ironizza. L’Idv alza i toni perché infuriata con il Pd per quella che Orlando definisce «l’incredibile proposta fatta da Enrico Letta, di riunire il Pd, il Pdl e l’Udc per elaborare una nuova legge elettorale». Il «tavolo», appunto.

Proposta che i dipietristi hanno letto già da mercoledì come «un’esclusione dell’Idv, una mancanza di rispetto, a meno che il Pd non voglia sancire una nuova maggioranza con il Pdl e l’Udc», prosegue Orlando. Ora, al di là dei toni, l’Idv conta anche sulle diverse posizioni fra i democratici, contando su quelle meno proporzionaliste.

I «paletti» del partito di Di Pietro sono posti nel terreno del «sistema maggioritario e bipolare, con scelta preventiva dell’alleanza, indicazione del candidato e del programma», spiega ancora Orlando. Quindi un maggioritario ma con l’abolizione delle liste bloccate, con la possibilità di «elezione diretta dei rappresentanti».