Speciale primarie Pd 8 dicembre 2013
Speciale Elezioni 2013

De Gregorio patteggia e incastra il Cav di C. Fus.

L'ex parlamentare Pdl ha ottenuto un anno e otto mesi: «Sarei stato inseguito tutta la vita come Al Capone». 
sergio de gregorio 480
Di Claudia Fusani
28 giugno 2013
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Che giovedì sarebbe stato per il Cav. l’ennesima giornata complicata era probabile. Non così fosca, però. Così se quella ricevuta dalla Cassazione è una doccia fredda il pg conferma, pur riducendolo del 15% il danno subìto dalla Cir di De Benedetti ai tempi del Lodo Mondadori quella gelata arriva dal sedicesimo piano della Torre B del palazzo di Giustizia di Napoli. Qui, dove è in corso la prima udienza del giudizio preliminare sulla compravendita dei senatori da parte dell’allora Casa delle libertà ai danni del governo Prodi, l’imputato Sergio De Gregorio cala sul tavolo una carta che mette parecchio nei guai gli altri due coimputati, Silvio Berlusconi e Valter Lavitola.

L’ex senatore Pdl decide infatti di patteggiare una pena di un anno e otto mesi per l’accusa di corruzione. Significa che accetta l’accusa per quella che è, cioè di essersi prestato a un patto corruttivo in cui Berlusconi chiedeva di comprare senatori per far cadere il governo Prodi nato già zoppo nel 2006 per colpa del Porcellum. Berlusconi l’aveva chiamata «Operazione libertà». E il primo guerriero in campo fu proprio l’allora senatore De Gregorio che, entrato in Parlamento con l’Idv, passò armi e bagagli nel giro di un paio di mesi tra le file nemiche. Il tutto in cambio di tre milioni di euro che Berlusconi dette a De Gregorio e alla sua Fondazione Italiani nel mondo.

De Gregorio ha riempito decine di pagine di verbali con i magistrati di Napoli raccontando i segreti dell’«Operazione Libertà» (su cui sta scrivendo un libro). La procura aveva chiesto il giudizio immediato. Era l’11 marzo, giorno in cui poi i parlamentari Pdl decisero di marciare in 130 sul tribunale di Milano. Il gip aveva respinto la richiesta suggerendo semmai l’imputazione di finanziamento illecito ai partiti. Si arriva a ieri, all’avvio dell’udienza preliminare. E alla scelta di De Gregorio che, anche se non formalmente, inguaia i coimputati Berlusconi e Lavitola.

I destini dei tre adesso si dividono. L’avvocato Carlo Fabbozzo, legale di De Gregorio, ha ottenuto un anno e otto mesi di pena (sospesa perché sotto i due anni) e chiude il debito dell’ex senatore nei confronti della giustizia. Ma se il gip ha accettato il patteggiamento sull’ipotesi di corruzione, significa che intende andare a processo per la stessa ipotesi di reato nei confronti di Berlusconi e Lavitola. Il Cavaliere non potrebbe sopportare un nuovo processo per corruzione, e questa volta con l’odiosa aggravante di aver agito per condizionare la vita politica del paese. Se Lavitola è comparso in aula con il braccialetto elettronico perché ancora agli arresti domiciliari dopo quindici mesi di detenzione preventiva, De Gregorio ha tenuto fuori dall’aula un lungo sermone circa le radici della sua scelta. Che sono tra il mistico e il politico. «Sarei stato inseguito tutta la vita come Al Capone...» ha detto riferendosi al fatto che «il padre defunto gli è apparso in sogno dicendogli di dire tutto quello che sapeva su Berlusconi». E poi, «avete visto Lavitola che razza di guai sta passando per conoscere chissà quali segreti...».

Sensi di colpa moltiplicati da una sensibilità tutta napoletana, si sono aggiunti ad un «seppur tardivo senso di responsabilità nei confronti dei miei elettori. Dovevo ammettere le mie colpe». Dice di aver chiesto scusa a Romano Prodi («sono stato uno stalker»). E Silvio Berlusconi, «l’uomo che avevo emulato negli anni», il leader del suo «primo amore», è stato «una delusione», una persona «sbagliata al servizio della quale ho messo le mie disponibilità». Da lui, insiste, «sono stato accolto con affettuosità strumentale».

Poi l’affondo: «Sono stato conseguente alla mia decisione. Racconterò queste vicende in aula come testimone, se ci sarà un processo. Mi avevano offerto di restare in Senato il 19 dicembre, ma al coordinatore del Pdl Denis Verdini ho detto no. Non credo alla possibilità di sfuggire alla giustizia rifugiandosi in Parlamento; non lo credo per me, non lo credo per altri». Ha scelto di parlare solo dopo la fine del mandato elettorale, «perché prima mi sarei vergognato. Ho accettato un finanziamento in nero al mio movimento. Se non lo avessi fatto, non saremmo qui a parlare. Io ho detto ai pm la verità non cose che non sapevo o questioni che sapevo de relato, ma solo i fatti di cui sono stato testimone».

Un lungo sermone, appunto. Messaggi diretti a qualcuno? Vedremo. Intanto i legali di Berlusconi hanno presentato due eccezioni. La prima sulla competenza territoriale che è del Tribunale di Roma. La seconda riguarda il «non luogo a procedere» in base alla norma costituzionale sull’insindacabilità del voto dei parlamentari (art. 67 della Costituzione). Il gip Primavera risponderà il 19 luglio, nella prossima udienza.

Sarà una lunga battaglia. Su cui incombe l’incognita Lavitola: l’ex giornalista deciderà di raccontare tutto quello che sa? Alle cronache sono già noti i casi di altri due senatori di centrosinistra che rifiutarono di passare al centro destra dietro offerta di danaro (Pallaro e Caforio, Idv). È un fatto che Prodi cadde per un pugno di voti. Intanto Codacons e Idv sono stati ammessi come parti civili del processo. Le nuove pretese del Pdl di riformare la giustizia e normalizzare i magistrati nascono, ieri, soprattutto da qua.