Berlusconi non vuole lasciare Monti alla sinistra ma neppure voti a Bossi. Dunque, si muove su un doppio binario. Battaglia in Parlamento per gli emendamenti del cuore (liberalizzazioni delle parafarmacie, Ici e pensioni). Battaglia nelle piazze per non perdere quote di elettorato a favore della Lega. Già da gennaio: varata l’«amara medicina» della manovra, quando verrà meno quella che l’ex premier considera la “ragione sociale” del governo del Preside (come lo chiama
Il Foglio).
Così il Pdl, mentre punta a intestarsi i ritocchi alle pensioni minime e le detrazioni all’imposizione sulla prima casa attendendo la fiducia sul maxi-emendamento (che probabilmente sarà posta già oggi), si prepara ad una campagna elettorale al grido di «l’Italia ci rimpiange» e «si stava meglio quando si stava peggio».
Il Cavaliere ha dato l’ordine di tendere la mano all’ex alleato padano. Gasparri e Quagliariello sono al lavoro per un emendamento comune sul federalismo che approda in Senato. L’obiettivo è mantenere un canale aperto con Bossi, con cui è convinto di poter sempre riattivare il feeling personale. Non a caso, ha derubricato a «tattica» la sortita del Senatùr che lo ha relegato «al governo con i comunisti» esplicitando, di nuovo, la fine dell’asse verde-azzurra. Mentre lo preoccupa di più l’atteggiamento aggressivo (anche sull’ipotesi di un’asta per le frequenze tv) di Maroni. L’eventualità di un Opa maroniana sul Carroccio segnerebbe davvero il destino dell’alleanza e, di conseguenza, la fine del Pdl.
Partito che ha già i suoi grattacapi. Tra i parlamentari il malumore è grandissimo. Vitalizi differiti, tagli degli stipendi, ma soprattutto il nuovo regolamento voluto da Alfano che vieta i doppi incarichi tra coordinatori locali e cariche amministrative o rappresentative (governatori, presidenti di provincia, sindaci o assessori di comuni con più di 15mila abitanti). Salvi per ora deputati e consiglieri regionali, ma fino alle prossime elezioni. Una discreta rivoluzione, se si pensa che oggi tutti i coordinatori regionali del Pdl siedono in Parlamento: dal lombardo Mantovani al campano Cosentino, dall’emiliano Berselli al piemontese Ghigo all’altoatesina Biancofiore. La fronda al nuovo segretario si annuncia inevitabile. Primo appuntamento ai congressi provinciali di fine gennaio.
Ma l’appuntamento vero è a primavera 2012. Quando andranno al voto 7 province e 28 comuni capoluogo. Poco meno di metà nel Nord Italia. Provinciali a Vicenza, Como, Belluno. Cambio di sindaco e giunta ad Alessandria, Asti, Cuneo, Monza, Verona, Gorizia, Parma, Piacenza, Lucca, Pistoia. A Verona non c’è partita: Flavio Tosi, secondo i pronostici, vincerebbe anche da solo. Altrove, insiste Berlusconi «senza di noi non si governa, e la Lega lo sa».
Può darsi. Ma finge benissimo che non sia così. Mostra i muscoli. Vuole usare Tosi come grimaldello per una campagna “secessionista”. Punta a far credere agli elettori che la Padania sta per diventare realtà (Bossi ha anche garantito che batterà moneta, altro che l’euro «kaputt») e loro la governeranno in perfetta autosufficienza. Un
bluff, forse, ma pericoloso per Berlusconi. L’alternativa all’«asse del Nord» è Pdl un aperto ai centristi, quel Partito dei Moderati che piace a Scajola e Pisanu ma non dispiace nemmeno ad Alfano e Frattini. L’unico problemuccio di questa prospettiva è la rigidità di Casini: per dare la sua adesione, vuole archiviare «definitivamente» il berlusconismo. Con tutti i suoi annessi e connessi.