Bruno Tinti, ex magistrato, ha preso ieri su Il Fatto Quotidiano le difese di Beppe Grillo, a suo avviso ingiustamente aggredito per la contrarietà espressa alla concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati, nati in Italia. Ma, ancor più dell’opinione di Tinti, colpisce la volgarità delle argomentazioni e il tentativo maldestro di capovolgere la realtà. Innanzitutto Grillo viene presentato come una vittima degli ex antiberlusconiani, oggi in cerca di un capro espiatorio. Verrebbe da dire: da quale pulpito! Peraltro Tinti finge di non vedere che Grillo, nella circostanza, non è una vittima, semmai è un carnefice. Perché è molto più comoda la posizione xenofoba, peraltro assolutamente conservatrice, di quella scomoda e controcorrente che tenta di cambiare l’esistente, sfidando paure diffuse.
Tinti nel contestare lo ius soli si fa scudo anche del ministro Cancellieri, che di recente ha sostenuto che la cittadinanza non può essere l’effetto automatico dell’atto di nascita in Italia. Secondo Tinti, Grillo e il ministro dicono la stessa cosa: ma anche questo ci pare un imbroglio. Mentre Grillo è schierato come Tinti sulla linea del no, il ministro ha posto una condizione, per quanto discutibile, per raggiungere un compromesso che consenta al più presto una positiva riforma.
Poi il commentatore de il Fatto dà il meglio di sè quando dice che oggi la sola priorità è trovare soldi per le casse dello Stato (e dunque perché occuparsi di immigrati?). La cultura politica che emerge dalle sue parole fa spavento. Come si potrebbero «trovare soldi» senza un criterio, senza un’idea di giustizia sociale? In fondo lo sa lo stesso autore. Tanto che, sul finire dell’articolo, si lascia andare a una battuta, tra il serio e il faceto: magari si potrebbe vendere la cittadinanza a 500 o a 1000 euro, dice, come propongono i leghisti. Appunto, i leghisti. La coppia Tinti-Grillo appartiene a quella squadra. Il contrario esatto di ciò che dovrebbe essere la sinistra.