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Speciale Elezioni 2013

Beni pubblici: ecco le beffe
di Silvio e Tremonti (e Monti)

manifestazione acqua pubblica 640
Di Claudia Fusani
21 luglio 2012
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Non può rientrare dalla finestra quello che è uscito dalla porta. Anche se ha i sigilli di un ministro, di un governo, del Presidente della Repubblica. Alcuni beni sono pubblici e tali devono restare. Al di là delle crisi, delle manovre e delle necessità di bilancio o delle voglie del mercato. Tra questi beni, primo fra tutti c’è l’acqua che è un bene pubblico e tale deve restare. A maggior ragione se questa caratteristica è confermata da un referendum abrogativo che si è espresso senza se, senza ma. Con maggioranze bulgare. Arriva ieri in tarda mattinata un altro schiaffo all’ex ministro Tremonti e al governo Berlusconi. Ma anche al governo Monti che in due successive manovre tra dicembre e gennaio era andato dietro, pur dubitando, a quanto già avviato dal suo predecessore.

La Corte Costituzionale ha bocciato la manovra Tremonti dell’agosto scorso, il pacchetto di misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo. Ha bocciato soprattutto l’articolo 4 di quell’articolato contro la cui legittimità costituzionale erano ricorse, tra ottobre e novembre scorso, ben sei Regioni, Puglia, Lazio, Emilia Romagna, Marche, Umbria e Sardegna che hanno invocato la violazione di una lunga serie di articoli della Carta. E tutte indistintamente dell’articolo 75 che regola i referendumpopolari.

«La norma impugnata (il decreto Tremonti, ndr) - si legge nella sentenza n°199 depositata ieri - è incostituzionale perchè avrebbe riprodotto la norma oggetto dell’abrogazione referendaria ». L’udienza pubblica davanti ai giudici supremi si è tenuta il 19 giugno scorso. Giudice relatore è stato Giuseppe Tesauro che non ha fatto molto fatica a condividere le ragioni dei ricorrenti. Ieri la sentenza n° 199 ho tolto ogni dubbio quando «dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4 del decreto- legge 13 agosto 2011 convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, sia nel testo originario che in quelle risultante dalle successive modificazioni».

Incostituzionali, quindi, anche gli interventi successivi a quello decisi dal governo Monti. Occorre dire che il governo Berlusconi non ha avuto vita facile con la Consulta visto che sono state dichiarati incostituzionali molti provvedimenti. In tema di giustizia. Ma anche acqua e energia. Prima di leggere le 17 pagine della sentenza di ieri, bisogna tornare all’inverno 2011, alla campagna referendaria (Idv e comitati) che ottennero prima le firme e poi il via libera della stessa Consulta su tre temi molti cari all’opinione pubblica: no alla privatizzazione dell’acqua; no al nucleare; no alla legge sul legittimo impedimento (che avrebbe scudato il premier Berlusconi da ogni processo per tutto il mandato).

La consultazione popolare fu fissata il 12 e il 13 giugno. L’allora ministro Maroni non riuscì - lo ha mai veramente voluto? - a far passare l’election day, amministrative e referendum insieme che avrebbe cacciato via ogni rischio di non raggiungere il quorum del 505 più uno degli avanti diritto. Nonostante tutto fu un successo: andarono a votare il 57 per cento degli aventi diritto. E i Sì vinsero con percentuali bulgari, tra il 94 e il 95 per cento. Nello specifico il quesito sulla privatizzazione dei beni pubblici prevedeva l’abrogazione della norma che consentiva di affidare la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica a soggetti scelti a seguito di gara ad evidenza pubblica, consentendo la gestione in house solo ove ricorrano situazioni del tutto eccezionali, che non permettono un efficace ed utile ricorso al mercato.

La beffa fu che due mesi dopo, in agosto, in piena emergenza economica, con lo spread che dava segnali inequivocabili e la Bce che chiedeva, quasi imponeva, misure draconiane per la nostra bilancia pubblica, Tremonti fece rientrare dalla finestra quello che era uscito dalla porta. E reintrodusse, all’articolo 4 del decreto, la possibilità per comuni e regioni di vendere i beni pubblici laddove le condizioni di mercato lo avessero fatto essere conveniente.

«La normativa all’esame - scrivono i supremi giudici - costituisce ripristino della normativa abrogata in palese contrasto, quindi, con l’intento perseguito mediante il referendum abrogativo». Che aggiungono: «Né può ritenersi che sussistano le condizioni tali da giustificare il superamento del predetto divieto di ripristino, tenuto conto del brevissimo lasso di tempo intercorso fra la pubblicazione dell’esito della consultazione referendaria e l’adozione della nuova normativa (23 giorni), ora oggetto di giudizio, nel quale peraltro non si è verificato nessun mutamento idoneo a legittimare la reintroduzione della disciplina abrogata ».

Insomma, una beffa bella e buona per l’articolo 75 della Costituzione. Esplicitata ancora meglio in sentenza qualche riga sopra: «La norma oggi all’esame costituisce, sostanzialmente, la reintroduzione della disciplina abrogata con il referendum del 12 e 13 giugno 2011». Berlusconi e Tremonti avevano provato a mascherare una violazione così evidente intitolando l’articolo 4 «Adeguamento della disciplina dei servizi pubblici locali al referendum popolare e alla normativa dall’Unione europea».

Ma fu solo una maschera, appunto. Strappata via dai giudici. Che scrivono: «Non solo la nuova disciplina è contraddistinta dalla medesima ratio di quella abrogata, in quanto opera una drastica riduzione delle ipotesi di affidamenti in house al di là di quanto prescritto dalla normativa comunitaria, ma è anche letteralmente riproduttiva». Una brutta e poco furba copia di quello che il referendum aveva cancellato.