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Speciale Elezioni 2013

L'assessore a Napoli: «Così si viola la Carta»

acqua logo referendum
Di Massimiliano Amato
26 agosto 2011
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Lei vuole sapere da me se si tratta di uno scippo alla sovranità popolare? Sì, il termine esatto è proprio scippo: le norme contenute nella manovra di ferragosto sulla privatizzazione dei servizi pubblici locali, acqua a parte, ci fanno tornare indietro, alla situazione pre referendum di giugno». In questi giorni Alberto Lucarelli, ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico all’Università di Napoli Federico II e assessore ai Beni comuni della Giunta de Magistris, tra gli estensori di due dei quattro quesiti referendari plebiscitati dagli elettori, è impegnato nella redazione di una serie di appelli. Il primo, firmato tra gli altri da Ugo Mattei, Luca Nivarra, Livio Pepino, Alex Zanotelli, Giorgio Airaudo, ha raccolto nel giro di poche ore 5000 adesioni; un altro, scritto a quattro mani con Gianfranco Bettin, assessore a Venezia, vedrà la luce nei prossimi giorni, e sarà rivolto a tutti i Comuni d’Italia.

Che cosa succederebbe se passasse l’attuale impianto del decreto?
«Le norme contenute nella manovra prevedono l’obbligo di una privatizzazione a tappe forzate dei servizi pubblici locali. Un primo step è fissato al 30 giugno 2012, ma già entro il 31 marzo cesseranno gli affidamenti diretti, e successivamente, entro il 31 dicembre, scomparirebbero le società miste. Ma non è tutto: per i Comuni che, tra il 2013 e il 2014, cederanno ai privati i loro servizi sono previsti una serie di incentivi».

E questo taglia la testa al toro sulla vera volontà di procedere a privatizzazioni a tappeto. È così?

«Infatti. La norma prevede un premio per quegli enti che, dalle privatizzazioni dei servizi, avranno ricavato il denaro necessario per la realizzazione di infrastrutture».

Banalmente: più strade e meno asili pubblici?
«Ma anche meno ospedali pubblici, e altri servizi sociali, come l’assistenza agli anziani e alle categorie deboli. Non bastasse, per i privati che subentrano ai Comuni sono previste una serie di compensazioni economiche. Ci troviamo di fronte ad un ritorno effettivo all’abrogato decreto Ronchi, che puntava al superamento delle tre modalità tradizionali di gestione dei servizi: pubblica, mista e affidamento in house. Ora quest’ultima modalità è l’unica ad essere tenuta in vita, ma per gli affidamenti saranno privilegiate le SpA, e non le aziende pubbliche. Di fronte a questo quadro, i profili di illegittimità sono molteplici».

Li può elencare?
«Cominciamo dalle violazioni della Costituzione: sotto attacco sono gli articoli 1, 5, 75, 77, 114, 117 e 118. Senza contare la giurisprudenza costituzionale in materia di referendum, che vieta la riproponibilità di norme già abrogate con consultazione referendaria. Oltre alla Carta, viene violato il Diritto comunitario, in particolare i principi di libera definizione delle scelte di gestione da parte degli enti locali e della sussidarietà verticale. Viene inficiato gravemente il principio della neutralità dello Stato rispetto alle scelte delle autonomie locali».

Il decreto, però, fa salvi i beni pubblici indisponibili, come l’acqua.
«È vero. Però l’insidia si nasconde in un piccolo comma: quello che reintroduce la distinzione tra la proprietà e la gestione del servizio idrico. E su questo punto, mi pare, che non ci sia alcun dubbio che la volontà referendaria è tradita in pieno».

Dal quadro che lei dipinge è facile prevedere una valanga di ricorsi.
«Ma non è questo il punto più importante della battaglia che abbiamo intrapreso. Intanto, vediamo come va a finire in Parlamento, dove si gioca la partita decisiva. I gruppi di opposizione potranno recitare un ruolo importante proponendo modifiche che limitino l’impatto devastante sui Comuni. In una fase successiva, potranno scendere in campo le Regioni, le quali hanno facoltà di rivolgersi direttamente alla Corte Costituzionale. In ultimo, la palla passerà ai Comuni, che hanno l’accesso indiretto alla Consulta. Il cammino, come vede, è abbastanza lungo».