Il razzismo raccontato
dai giovani immigrati

libera tutti, 1
Di Mariagrazia Gerina
19 novembre 2011
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«Appena ti avvicini sui mezzi ti guardano male, forse pensano che vuoi rubargli qualche cosa», racconta Luana, 21 anni, brasiliana di Milano. «Ad una fermata un vecchietto mi ha chiamata: “straniera di merda”», le fa eco Sonia, 21 anni anche lei, egiziana di Messina: «Però mi dà fastidio fino a un certo punto». «I bambini italiani a volte dicono che noi stranieri puzziamo», riferisce, dall’alto dei suoi 15 anni M., messinese venuto dalla Cina. Ragazzi di seconda generazione si raccontano. E le loro storie di discriminazione quotidiana, raccolte dall’indagine Arci-Unar Spunti di Vista, diventano uno specchio del paese che «non ha ancora pienamente accettato il suo ruolo di terra di immigrazione». E allora discrimina. Un razzismo all’italiana, che si manifesta a scuola come al lavoro. Sul treno, come alla fermata dell’autobus. Al Nord, come al Sud.

- STORIE DI ORDINARIO RAZZISMO: VIDEO

Il luogo dove più di ogni altro si manifesta la banalità della discriminazione sono proprio i mezzi pubblici. Le due città prese a campione, Milano e Messina, su questo concordano. La metà circa degli intervistati (quasi 500 ragazzi di seconda generazione, nati in Italia o arrivati da piccoli, ma anche giovani immigrati) conferma che è soprattutto sui mezzi pubblici che gli italiani sfogano i peggiori istinti.

NEL LABIRINTO ITALIA
Subito dopo, però, viene la questura. Molti, in attesa che il paese in cui vivono o sono nati riconosca loro la cittadinanza, raccontano le «attese fuori dall’edificio» sotto la calura o al gelo, i rinvii da un appuntamento all’altro, la mancanza di spiegazioni. E poi i documenti, chiesti per strada «solo perché sei straniero». A Messina, dove la maggior parte dei ragazzi è arrivata per ricongiugersi alla famiglia, si fa sentire di più la precarietà lavorativa, a Milano, dove sono di più i ragazzi arrivati per lavorare, quella “giuridica” di chi fatica ad avere il permesso di soggiorno. Anche i luoghi di svago marcano una differenza: a Messina il 49% li indica come spazi di discriminazione, a Milano solo il 16%. Ma il dato più preoccupante riguarda la scuola. Il 29% degli intervistati, a Milano come a Messina, la indica come teatro di discriminazioni personalmente subite. «Alle medie ero trattato come un pirla del terzo mondo, che non poteva imparare un ca...», racconta A., 16 anni, nigeriano di Milano. «Non ti metto la sufficienza perché sei straniera», si è sentita dire dalla prof di storia Maria, di origine albanese: «Alla fine la preside l’ha cacciata».

Ragazzi che si sentono «guardati male». Insultati: «schiavo», «straniera di merda». Che si sono visti lanciare sassi, tirare dietro bottiglie. E che quando diventano un po’ più grandi si vedono discriminati anche sul lavoro. Mai pagato o pagato meno che ai colleghi italiani: «Tanto voi siete già poveri». Alcuni hanno interiorizzato lo schema . «Posso capire che si sentano minacciati e abbiano paura che prendiamo il loro lavoro», dice Sonia, 21 anni, messinese di origine egiziana. «Non è razzismo, forse è fare attenzione», si lancia in ipotesi Lux, che invece vive a Milano, raccontando di quelle signore che «quando ti vedono con la faccia scura, si tengono la borsa più stretta». Microstorie del paese visto dai ragazzi «G2», sentinelle dell’integrazione. Alcuni di loro hanno anche preso anche in mano la telecamera. Ne è nato un lungometraggio. Si intitola «Libera tutti». Prodotto dall’Arci che oggi organizza una nuova giornata di raccolta firme per il riconoscimento della cittadinanza ai giovani G2 e del voto amministrativo.