Capitalismo in crisi di R. Mazzocchi

L'Fmi: eguaglianza distributiva per la crescita. Il Financial Times parla di «Capitalism in crisis». Mercato autoregolato, cade il mito.
Unità, capitalismo
Di Ronny Mazzocchi
19 gennaio 2012
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Un anno fa, più o meno in questa stagione, si era già diffusa la convinzione che la crisi economica si stesse risolvendo e che l’economia mondiale fosse tornata su un sentiero di crescita. Sui principali quotidiani del mondo era tutto un fiorire di editoriali sulla necessità di una «exit-strategy» dal periodo di amministrazione straordinaria dell’economia che la crisi aveva imposto ai governi occidentali.

La voglia di ritornare alle vecchie abitudini era così forte da oscurare persino il fatto che l’onda sismica era ancora in piena attività e iniziava allora a travolgere – dopo il sistema finanziario e imprenditoriale – pure il lavoro dipendente. Le difficoltà del sistema bancario e il rischio di default di qualche Stato emersi negli ultimi mesi hanno però nuovamente diffuso il germe della sfiducia, deprimendo anche quei timidi segnali di ripresa della produzione che pure si erano manifestati.

La depressione economica ha finito così per far riemergere sulla maggiore stampa internazionale – dal britannico "Financial Times" alla tedesca "Die Zeit" – un interessante dibattito sulla crisi del capitalismo. Per la verità l’argomento in sé non è nuovo. Già tre anni fa, subito dopo lo scoppio della crisi, ampio fu l’interesse nel discutere cosa fosse andato storto e quali potevano essere i rimedi per evitare in futuro un ritorno nel baratro della recessione. Il caso forse più emblematico fu quello di Hyman Minsky, un economista americano che in vita venne deriso per decenni dai suoi stessi colleghi e che, nel giro di qualche settimana, divenne il beniamino di tutta la grande stampa finanziaria mondiale grazie alle sue teorie sull’instabilità intrinseca del capitalismo. Senza alcuna esitazione, buona parte della classe dirigente che aveva governato il mondo nella fase precedente la crisi si mise a inglobare vasti pezzi del pensiero economico eterodosso che per anni era stato messo alla gogna, applicando così il vecchio detto dei fratelli Marx: «Questi sono i nostri principi: se non vi piacciono, ne abbiamo degli altri».

La rinnovata attenzione per le idee di Keynes, Minksy e addirittura di Marx (Karl, in questo caso) non era però del tutto sincera, né disinteressata. La passione per le teorie minskiane e keynesiane, soprattutto nel mondo anglosassone, si accese infatti nel momento in cui il governo di Gordon Brown decise di varare dei provvedimenti straordinari di intervento nel settore bancario. Siccome erano decenni che i governi e gli economisti di qualsiasi colore sostenevano tesi del tutto contrarie – ovvero che lo Stato non doveva minimamente interferire con il funzionamento del mercato, meno che mai nel settore finanziario – si disse che questi erano gli unici interventi che Minsky e Keynes avrebbero approvato (e pazienza se non era neanche vero, perché non era quella la loro posizione).

Si tratta di un balletto che abbiamo visto all’opera un po’ in tutto il mondo occidentale, compreso il nostro Paese. Nemmeno il tempo di familiarizzare nuovamente con le teorie dei vecchi economisti per troppo tempo dimenticati, che subito si è tornati alla saggezza convenzionale. Non appena l’economia mondiale ha mostrato qualche segnale di ripresa dalla crisi sono stati immediatamente riabilitati tutti i precetti che avevano dominato il mondo nell’ultimo trentennio.

In poco tempo si è così fatta largo l’idea che nella storia economica esistessero due tipi di fasi: quelle normali, in cui valevano i precetti della teoria neoliberista, e quelle particolari – i cosiddetti "cigni neri" – in cui era valida una impostazione alternativa, legata alle teorie keynesiane o addirittura marxiste.

Accanto allo scandaloso processo di sistematica socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti a cui abbiamo assistito nel periodo immediatamente successivo allo scoppio della crisi - dove le elite finanziarie internazionali sono riuscite nell’impresa di fare un sacco di soldi anche sul proprio fallimento - c’è stato, sul piano della dottrina economica e nel dibattito pubblico, un chiaro tentativo di "eterodossizzazione" delle crisi e "ortodossizzazione" dei momenti normali.

Il brusco ritorno in recessione di questi ultimi mesi e le cattive prospettive per gli anni a venire hanno però nuovamente messo in discussione questa lettura. La nuova fase di riflessione che si è aperta in queste settimane non sembra più focalizzata sulla contingenza e sul ruolo della finanza, ma si allarga fino a comprendere tutte le istituzioni su cui il capitalismo moderno si è basato negli ultimi decenni.

Sul banco degli imputati è finito tutto il bagaglio ideologico dell’ultimo trentennio: dalle privatizzazioni alla deregulation, dalla concorrenza al ruolo delle grandi società per azioni. E così, con il mito della capacità del mercato di autoregolarsi, è tornata in discussione l’idea che nel mondo globalizzato non possano convivere forme diverse di capitalismo, e che tutti i sistemi economici debbano convergere naturalmente verso un’unica forma organizzativa superiore, rappresentata dal modello anglosassone.

Di particolare interesse, in questo nuovo clima, è il ruolo positivo giocato dall’eguaglianza distributiva sulla crescita economica evidenziato in recenti ricerche del Fondo monetario internazionale. Una novità che ridefinisce in modo profondo il ruolo dei governi: non più semplici garanti della competizione concorrenziale, o al massimo elargitori di sussidi compensativi «per chi resta indietro», ma attori attivi della politica economica. Un’idea che nel dibattito di questi anni, e tanto più in Italia, appare quasi rivoluzionaria.