Chiede di alzare l'età pensionabile a 70 anni per consentire un taglio dei contributi ai più giovani, e una riforma fiscale incentrata sempre sulle giovani generazioni, con sgravi fiscali sui nuovi assunti e sulle start up. Nulla di nuovo. Il presidente dei giovani industriali appena eletto, il fiorentino Jacopo Morelli (impresa del mobile) inaugura il suo mandato seguendo percorsi triti e ritriti. Alla due giorni di Santa Margherita ligure sceglie di parlare dell'Italia che “non è un paese per giovani” (ormai è un ritornello). Come fare a diventarlo? Semplice, il paese deve uscire da vecchi schemi e da un welfare “basato sull'egoismo generazionale”. Siamo alla solita storia: per Confindustria la precarietà “malata” del sistema Italia è colpa degli altri lavoratori, di quelli “troppo tutelati”.
Le tutele devono diminuire per assicurare un posto ai giovani. Il paradosso continua. Per i giovani imprenditori il merito vale più del valore legale della laurea e anche più dell'esperienza. Detto da un gruppo sociale che per lo più lavora in aziende create dai genitori, è una beffa. Certo il problema esiste. In Italia più che altrove. A dare corpo al malessere giovanile è Enrico Giovannini presidente dell'Istat. C'è un buco nero nella Penisola che non si riesce a colmare: quei due milioni di giovani che non studiano e non lavorano. Eppure vorrebbero farlo. E sui giovani si scarica il 90% delle interruzioni di lavoro causate dalla crisi. Rispondere a questi giovani è un'operazione complessa, che parte dalla formazione e arriva all'incontro tra domanda e offerta di lavoro. Non è una questione di conflitto tra generazioni, ma di ammodernamento dell’Italia, e soprattutto del Mezzogiorno che rischia l'abbandono. Sul palco seguono i due “giovani turchi” Giorgia Meloni e Matteo Renzi: i giovani per antonomasia della politica. La ministra rivendica la sua proposta di abbassare l'età per presentarsi in Parlamento (da noi tra le più alte d'Europa), il sindaco confessa di essere stato prima cooptato ma poi rivendica di aver combattuto per farsi strada da solo con le primarie. Come dire: forse proprio nella politica (tanto demonizzata) qualcosa si muove.
Non è così nel mondo dell'economia. Morelli espone la sua ricetta in quattro punti. Parte dalla riforma fiscale, su cui cominciano ad arrivare i primi boatos. Chiede che il peso fiscale sia ridortto su giovani e donne, perché sono soprattutto loro a soffrire di redditi scarsi. Morelli chiede poi di ridurre il cuneo contributivo per chi entra al lavoro. Per raggiunger el'obiettivo secondo il presidente degli juniores bisognerà alzare l'età pensionabile a 70 anni. Il terzo punto riguarda la detassazione delle nuove imprese, con il taglio dell'Irap. “Se la disoccupazione giovanile è in crescita – spiega Morelli – abbattere l'Irap sulle start up incentiverebbe l'imprenditorialità giovane come scelta di vita. Dobbiamo farlo subito, senza attendere l'entrata in vigore del federalismo fiscale”. Forse il federalismo della Lega non incanta più: meglio chiedere subito meno tasse. Ultimo punto, l'abolizione legale del titolo di studio. “E' un provvedimento necessario per avere Università in competizione tra loro – spiega Morelli – e competitive nel mondo”. Morelli si ferma qui, non senza aver tirato una stilettata al premier (“In Gran Bretagna il premier ha 40 anni”, dichiara).
Ma la prova del fuoco arriverà oggi, con il ministro Giulio Tremonti. Dovrà rispondere alle richieste e indirettamente scoprire le carte sui suoi rapporti con Berlusconi proprio sulle tasse. E non è detto che siano carte molto belle.