Lo schiaffo di Sergio Marchionne alla Confindustria era probabilmente già nelle sue intenzioni nella primavera del 2010 quando al Lingotto annunciò il piano “Fabbrica Italia”.
Ma il divorzio tra la più grande impresa privata e l’associazione degli industriali italiani pur atteso è oggi un fatto grave perchè cade nel mezzo di un’emergenza economica, politica e sociale che dovrebbe essere affrontata con la ricomposizione delle forze del lavoro e dell’industria, la collaborazione dei corpi intermedi di rappresentanza, la tutela e il rispetto degli interessi generali.
La decisione della Fiat non riguarda solo i salottini di Confindustria: ha un effetto distruttivo, è un ordigno che deflagra e rischia di minare quei timidi ma apprezzabili tentativi, messi in campo dai sindacati e dal mondo delle imprese, di trovare un terreno comune per salvare e ricostruire il Paese.
E c’è qualche cosa di più e di più grave che oggi va ribadito, come abbiamo già scritto: tutta la strategia e la linea di azione di Marchionne da un anno e mezzo a questa parte, la lunga serie di diktat, le rotture, i ricatti, sono finalizzati a creare le condizioni affinchè la Fiat lasci l’Italia o riduca la sua storica funzione industriale a una presenza residuale, simbolica.
Marchionne non condivide il patto tra imprese e sindacati del 28 giugno e poi rafforzato con la firma di fine settembre quando le parti sociali hanno espresso l’impegno a neutralizzare l’articolo 8 della manovra economica, quello che consente la deroga a livello aziendale dei contratti e delle leggi in tema di licenziamenti senza giusta causa. Cosa c’entra una norma sui licenziamenti in una manovra finalizzata al pareggio di bilancio? Niente, ma l’articolo 8 era stato concordato direttamente dal ministro Sacconi con Marchionne per consentire alla Fiat di avere quella norma ad aziendam che la proteggesse dai possibili ricorsi dei lavoratori alla magistratura contro la nuova organizzazione produttiva di Pomigliano d’Arco e Mirafiori. Ma per l’amministratore delegato della Fiat questa copertura non basta. Non gli è piaciuto l’accordo tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil e quando dice «basta politica» probabilmente contesta anche il “Manifesto” delle imprese per la crescita.
Marchionne vuole avere le mani libere, vuole la piena libertà di licenziare e di organizzare il lavoro come meglio crede, “negoziando” gli accordi solo con i sindacati aziendali che possono nascere come funghi se adeguatamente premiati e retribuiti. Cosa vuole fare il manager di Fiat e Chrysler? Vuole fidarsi solo del Fismic, il suo sindacato preferito? Nessuno ha un po’ di memoria, nessuno ha studiato un po’ di storia al Lingotto? Nel luglio 1962 alla Fiat un sindacato “giallo”, il Sida, assieme alla Uil, firmò un accordo con l’azienda non condiviso e contestato duramente dai lavoratori. Torino ricorda quei giorni come la rivolta di piazza Statuto.
Marchionne non vuol far politica, afferma, ma le sue azioni, le sue decisioni hanno una forte valenza politica perchè destabilizzano le relazioni industriali, incidono sulle leggi dello Stato, influenzano le scelte di investimento e le stesse condizioni in cui si devono muovere i suoi ex colleghi di Confindustria. Emma Marcegaglia ha cercato in questi mesi di tenere agganciata la Fiat, di tutelarne gli interessi al pari di quelli delle altre imprese, e si è mossa cercando nuovi equilibri, anche con evidenti e necessarie ambiguità come le parole usate per l’articolo 8. Ma la Fiat ha deciso di rompere e lo ha fatto, forse non casualmente, alla vigilia della discesa in campo dei candidati alla successione a Emma Marcegaglia. Tra pochi giorni i saggi di Confindustria inizieranno a raccogliere i nomi degli aspiranti alla leadership delle imprese private. C’è da scommettere che la rottura della Fiat e le argomentazioni di Marchione diventeranno il centro della campagna elettorale. Si presenterà il “falco” Alberto Bombassei, fedelissimo di Marchionne e per questo cooptato nel consiglio di amministrazione di Fiat Industrial che dal primo gennaio sarà fuori da Confindustria? Oppure toccherà al “ciclista” Giorgio Squinzi, industriale chimico, politicamente berlusconiano ma molto dialogante e costruttivo con i sindacati? Ci saranno sorprese? Si vedrà. Certo la dura mossa di Marchionne fa impallidire la letterina a pagamento di Diego Della Valle e le esternazioni elementari di Luca di Montezemolo, i due imprenditori che vorrebbero lanciarsi in politica sperando nel collasso del berlusconismo. Invece di perdere tempo Montezemolo e Della Valle potrebbero almeno dire se stanno con Marchionne oppure no.