Qualche anno fa, sollecitava le giovani disoccupate a sposare i figli di padri miliardari. Ieri, Silvio Berlusconi, nel tentativo di normalizzare l’immoralità, cade ancora più in basso e invita le giovani laureate premiate a Palazzo Chigi al “bunga bunga” ad Arcore.
Lo spettacolo è squallido e triste. Ma c’è chi dice no.
Sono le decine di migliaia di giovani che oggi sono in piazza contro la precarietà. È una generazione a cui dobbiamo raccontare la verità. Invece, ancora una volta, ieri su Il Corriere della Sera, Pietro Ichino, Nicola Rossi e il presidente Montezemolo propongono fatue illusioni. Ancora una volta, ritornano sul paradigma culturale sbagliato e subalterno del «meno ai padri, più ai figli». Un paradigma ideologico e fasullo, efficace ad allontanare dal centro-sinistra i padri, senza riuscire, proprio perché fasullo, ad avvicinare i figli.
Ancora una volta, contrappongono la «generazione 1000 euro» dei figli, a quella 1200 euro dei padri. Ma il conflitto reale, nonostante le favole neo-liberiste, non è generazionale. È sociale. I padri «garantiti» sono una specie estinta da tempo nell’universo del lavoro privato, dominato, anche per i contratti a tempo indeterminato delle grandi imprese, da sfruttamento, miseri salari, insicurezza, cassa integrazione, mobilità, licenziamenti in massa. Per verificarlo, sarebbe sufficiente leggere i dati della Banca d’Italia sul drammatico impoverimento relativo dei lavoratori dipendenti, operai ed impiegati, rispetto ad altre classi sociali. Oppure, si potrebbe prendere l’elenco dei circa 200 tavoli di “grandi crisi” aperti al Ministero dello Sviluppo Economico.
Fuori dall’ideologia, l’apartheid denunciato da nostri amici riguarda tutto il lavoro dipendente esplicito o assimilato ed i settori deboli del lavoro autonomo e professionale. Non dobbiamo continuare ad illudere i figli che, eliminando l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori applicato ad una parte dei padri, magicamente finisce la precarietà. Non è così. I numeri indicano che la precarietà con l’art 18 ha ben poco a che fare. Tant’è che i contratti precari sono enormemente concentrati nelle micro-imprese e, in generale, nelle imprese con meno di 15 dipendenti, ossia le unità produttive fuori dallo Statuto dei Lavoratori. È un dato, ma l’ideologia, come noto, resiste ai dati. Per sconfiggere la precarietà è necessaria la crescita. È necessario aprire una stagione di riforme contro le rendite vere. È necessaria una politica macro-economica espansiva a livello europeo, alternativa al mercantilismo delle destre. È necessaria la politica industriale e la redistribuzione del reddito e della ricchezza.
Continuare a predicare la religione supply side per i poveri cristi nel mercato del lavoro peggiora la situazione per tutti, padri e figli. Per promuovere il lavoro stabile, vanno eliminati i vantaggi di costo di cui oggi godono i contratti precari rispetto a quelli a tempo indeterminato.
A tal fine, il Pd ha proposto di allineare gli oneri sociali sul lavoro ad un livello intermedio tra quanto oggi previsto per i contratti “standard” e per i contratti “low cost”. E di aggiungere una contribuzione figurativa per aumentare la copertura pensionistica per le generazioni più giovani, da finanziare con l’innalzamento delle imposte sulle rendite e sui redditi da capitale.
È una soluzione semplice e possibile. Riduce, tra l’altro, il costo del lavoro per le imprese. Ha, però, il difetto di non corrispondere all’ideologia neo-liberista, colpita dalla crisi, ma ancora potente nei media, nella politica, nell’accademia. Tuttavia, siamo fiduciosi e insistiamo nella nostra controffensiva culturale e politica. La piattaforma delle mobilitazioni di oggi dimostra che tanti figli sono più saggi e culturalmente autonomi di qualche padre con la testa rivolta all'indietro.