Scambi italo-tedeschi. Nei giorni in cui gli schermi berlinesi lasciano rimbalzare le poche pellicole italiane presenti alla Berlinale (tutte fuori-sezione rispetto al concorso principale, dal nostro Cetto-Albanese e il suo “Qualunquemente” allo humor malinconico di “Gianni e le donne” di Di Gregorio, passando per un omaggio-ricordo a Monicelli con “Il marchese del Grillo), il calendario della kermesse si annoda intorno ai primi film tedeschi in gara. Assimilabili, pur nelle traiettorie e negli esiti diversi, per il tentativo di allungare sguardi che sorpassino i propri confini. E se il primo “Schlafkrankheit” (Malattia del sonno) di Ulrich Köhler si butta in Africa per sondare in modo un po’ pasticciato, tra intenzioni realistiche e profili didascalici, la condizione esistenziale di un dottore tedesco impegnato nei programmi d’aiuto nel terzo mondo, il secondo “Almanya – Willkommen in Deutschland” (Benvenuti in Germania), pellicola-debutto di Yasemin Samdereli, sceglie i respiri farseschi di una commedia per tornare ancora una volta sul fenomeno dell’immigrazione turca in Germania. Così, a sette anni di distanza dalla vittoria dell’Orso d’oro di un film come “La sposa turca” di Fatih Akin, ancora una volta è il tono da commedia (su basi autobiografiche) a voler riattraversare in immagine i viaggi andata-e-ritorno tra Turchia e Germania. Si parte infatti dal giorno in cui una coppia di vecchi immigrati, ormai integrati con svariate discendenze al seguito fatte di figli, nipoti, nuore e generi, ottengono il passaporto tedesco per poi risalire all’indietro nel quadretto familiare attraverso le spire favolesche di un flashback virato tutto in chiave ironico-grottesca sui cliché dell’argomento. Di trovata in trovata, verrebbe da dire, a cominciare forse dal lato più riuscito e straniante che consiste nello scambio di lingue in cui viene riportato il racconto: i tedeschi parlano turco mentre i giovani immigrati si esprimono in tedesco. Da lì, ovviamente, c’è già a priori il capottamento di quelle incomprensioni che man mano trasformano i “venuti da fuori” in tedeschi più tedeschi dei tedeschi, almeno per quel che concerne alcune idiosincrasie o la volontà dei più piccoli di festeggiare il Natale. Il su-di-giri comico che impartisce il ritmo ai momenti più brillanti è anche tuttavia il suo difetto quando finisce per incurvare il tutto verso parabole buoniste, non più supportate dalla stessa capacità inventiva e quindi senza più mordente. E che si fa allora? Be’, inevitabile, si salta in braccio al melodramma-ralenti di un finale con funerali al paesello della Heimat turca, carezze, medaglie e sentimenti al miele.