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Tarantino e l'omaggio a Corbucci
«Il mio Django di colore»

tarantino django
Di Francesca Gentile
15 luglio 2012
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«Bastardi senza Gloria», l’ultimo film di Quentin Tarantino, era l’inizio, ora con «Django», il regista di «Pulp Fiction» ha consolidato un filone, quello della sua particolare cinematografia, splatter e piena di omaggi a pellicole del passato, con però anche un messaggio sociologico e politico.

Se in Ingloriuos Basterds ad essere prese di mira erano le brutture del nazismo e dei suoi esponenti, in Django Unchainded, in uscita a Natale negli Stati Uniti e in Italia a gennaio, il regista racconta, a modo suo lo schiavismo dell’America di fine Ottocento. Il film, alcuni spezzoni del quale sono stati presentati a Cancun, appartiene ad un genere sinora inesplorato, anche se molto amato, da Quentin Tarantino: lo spaghetti western.

A partire dal titolo, naturalmente, e da quel Django di Sergio Corbucci, era il 1966, a cui il film è ispirato. Tanto che Franco Nero, protagonista del film di Corbucci, appare in questo secondo film, con un cameo. Il Django di Tarantino però è nero, è uno schiavo liberato, ed è innamorato.

«È soprattutto una storia d’amore», dice del film Jamie Foxx, che interpreta appunto il protagonista del titolo. Una storia d’amore alla Tarantino, ovviamente: il sangue non manca di sgorgare a fiumi. Ha una sua poesia la scena del bianco di un campo di cotone macchiato dal rosso del sangue di uno sparo. Alla realizzazione di un western Tarantino ci pensava da dieci anni. «Avevo anche già il titolo, Django Unchained, appunto, ma non avevo la storia. Poi ho trovato l’ispirazione in Giappone, durante il tour promozionale di Bastardi senza Gloria.

Da quelle parti gli spaghetti western sono un culto. Avevo appena comprato dei cd di colonne sonore western che negli Usa non si trovano. Con la musica nelle orecchie mi è venuta in mente la prima scena. Il difficile è cominciare, poi una volta scritta la prima sequenza, la storia va avanti da sola, sono i personaggi che ti indicano la strada da fare. Succede una cosa, loro reagiscono, io scrivo.

È questo il suo processo creativo? Non ha idea, quando inizia a scrivere il copione, di come andrà a finire?
«Quando inizi a scrivere, cercare di determinare come arriverai in fondo è da pazzi, o semplicemente inutile, perché, tempo di arrivare alla seconda metà del copione e tutto è cambiato. Quindi, sì, non ho idea, non posso ipotizzare una trama che dall’inizio porti alla fine, prima di avere terminato il copione. Potrei arrivare a metà, non certo al come va a finire. È un processo che non riguarda la produzione vera e propria, ma la fase precedente, la scrittura».

I suoi film sono spesso una commistione di generi. Come definirebbe questo?
«In Django c’è Non predicare... spara!, c’è Boss Nigger, ci sono gli spaghetti western, ma anche i western americani, e i black western. È la storia di uno schiavo liberato che si allea con un ex dentista reinventatosi cacciatore di teste, insieme cercheranno di liberare e vendicare la moglie di Django, Broomhilda, venduta alla piantagione del terribile Calvin Candie».

È vero che Leonardo Di Caprio era entusiasta di fare il cattivo? «Sì, quando gli ho raccontato chi era Calvin Candie, si è dimostrato subito entusiasta. È il suo primo ruolo da cattivo. Un po’ più difficile è stato mettere insieme il resto del cast, ci sono state anche un paio di defezioni, Kevin Costner primo fra tutti. Will Smith era stato preso in considerazione per il ruolo di Django ma poi Jamie Foxx ha avuto la meglio. Sei attori sono stati presi in considerazione per il ruolo. Foxx è stato l’ultimo provino fatto. Subito dopo ho preso il telefono e avvisato gli altri cinque che avevo trovato il mio Django».

Cosa aveva Jamie Foxx più degli altri?
«Era un vero cowboy. Jamie è nato in Texas e si è presentato dicendo che aveva già il cavallo e raccontandomi la sua infanzia di ragazzo di colore nel sud degli Stati Uniti. Tony, il cavallo di Django è il cavallo personale di Jamie Foxx».

Christoph Waltz invece, ormai sembra essere una presenza costante nei suoi film.
«Cosa vorrei far comprendere è la squisitezza della nostra collaborazione, la fiducia che abbiamo uno per l’altro e l’affetto. Con queste premesse è facile e bello lavorare insieme».

Ci racconta anche del rapporto fra Foxx e Waltz?
«Ho invitato Jamie Foxx e Christoph Waltz a casa mia e quando si sono incontrati era chiara l’alchimia fra i due. Si sono messi a parlare, tantissimo e non solo di aneddoti o delle loro impressioni sul copione. Hanno parlato delle cose vere. Christoph è austriaco, la sua percezione sui fatti dell’Ottocento riguardo allo schiavismo e alla situazione degli afro-americani negli Usa era per forza di cose diversa dalla nostra, un regista americano, e un attore afro-americano. È stato molto interessante. Alla fine dell’incontro si sono abbracciati».

La musica è un aspetto importante di tutti i suoi film, ci racconta come sceglie la colonna sonora?
«È un processo che nasce molto presto, spesso in fase di scrittura del copione, altre volte ancora prima, quando penso ad un film scorro nella mia collezione musicale per trovare cosa meglio starebbe per quella trama. È come se cercassi di trovare il cemento che lega insieme la casa che sto cercando di costruire. La prima cosa che devo individuare è la giusta musica per i crediti di apertura, che contestualizza tutto il film. Una volta trovata quella, e se poi è molto buona, allora inizio ad entusiasmarmi, mi viene facile trovare il resto. È un processo che funziona nei due sensi».

Cosa intende per due sensi?
«Quando scrivo tendo a farlo tutto di un fiato ma quando sono un po’ a corto di idee e ho bisogno di una pausa allora mi metto ad ascoltare i brani che ho già scelto, mentre li ascolto è come se osservassi nella mia testa, vedo le scene. E poi mi vedo al Cinerama Dome o al Palais du Cinéma a Cannes, e mi immagino mentre sto guardando il film, e ritrovo le energie per tornare a scrivere».