Quel dannato 12 dicembre a fumetti...

PIAZZA FONTANA
29 dicembre 2011
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Pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore BeccoGiallo e dell'autore, ampi stralci dell’introduzione al graphic novel «Piazza Fontana». Aldo Giannuli è stato, fra l’altro, consulente della Procura di Milano per la strage di Piazza Fontana e a Brescia per i morti di Piazza della Loggia.

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DI ALDO GIANNULI
Quello che avete fra le mani non è solo un fumetto. È qualcosa di diverso e di più: è un modo originale di raccontare la storia, e insieme un «appello» all’impegno civile in un’epoca di scarsa partecipazione politica. «Dov’eri il 12 dicembre 1969?» Con ogni probabilità, la grande maggioranza di chi sta leggendo queste righe non era ancora nata e ha una nozione molto approssimativa di quella vicenda. Io invece ricordo perfettamente quella lontana serata. Ricordo nitidamente quel periodo anche per ragioni personali (mio padre era morto meno di due mesi prima). Studente di prima liceo classico, ero a casa a studiare per l’interrogazione di matematica (la mia bestia nera). Lasciai perdere tutto per sentire cosa diceva il telegiornale.

Dopo quattro giorni ci fu la manifestazione indetta da tutti i partiti della sinistra e dalle associazioni partigiane (settariamente, l’estrema sinistra non aveva aderito). Ci andai: non eravamo più di quattrocento. All’epoca, il solo Pci, in città, aveva 2.500 iscritti. Non era un successo. Ricordo anche il senso di disorientamento che serpeggiava (...) Pochi cartelli. Ne ricordo uno: «Fascisti, è la vostra ultima bravata». Purtroppo sarebbe stata solo la prima di un lungo ciclo. Parlando, nessuno riusciva neppure ad abbozzare una spiegazione convincente. Qualcuno azzardava le parole «colpo di Stato», ma senza troppa convinzione, quasi che evocandolo lo si sarebbe attirato. Il punto è che l’avvenimento ci sembrava troppo grande per entrare nel nostro panorama mentale. Certo, due anni prima l’Espresso aveva denunciato il tentativo del luglio 1964 e c’era stato il golpe dei colonnelli greci, ma ancora si faticava a credere che questo potesse accadere in Italia, dove la democrazia aveva messo solide radici. E in effetti la democrazia italiana dimostrerà di essere molto forte, respingendo l’assalto eversivo degli anni successivi. (....) Ma il lascito di quella stagione fu anche un altro (...) Quella prova la democrazia italiana non ha saputo superarla. C’era un debito di giustizia e di verità da assolvere, ma la Repubblica non è mai riuscita a saldarlo.

Ha fallito la classe politica (tutta: Dc, Pci e Psi), che ha chiuso quella stagione con una sorta di pacto de l’olvido (come dicono in Spagna del patto del silenzio sul franchismo) ed è stata incapace di offrire anche solo una verità parziale. Non possiamo non ricordare che la Commissione Stragi ha chiuso i suoi lavori, dopo 13 anni, senza nessuna relazione. Ma più ancora, è responsabile di questo fallimento la magistratura, che non ha saputo e voluto impegnarsi su questo terreno. Se una giustizia penale non riesce a perseguire nemmeno i responsabili di crimini simili, a che serve? È strano che i magistrati non abbiano capito che ogni assoluzione ritornava indietro come atto di accusa per mancanza di coraggio e di capacità. Siamo anche arrivati alla beffa di una sentenza che riconosce colpevoli gli imputati del processo precedente, ormai non più condannabili perché assolti definitivi, facendo considerazioni poco lusinghiere sui giudici di quel processo. In effetti, chi ha assolto gli imputati di ieri rappresenta una macchia indelebile sulla credibilità della giustizia italiana, ma perché dovremmo ritenere migliori quelli che assolvono gli imputati di oggi? Nessuno chiede che ci siano condannati senza prove – siamo garantisti – ma quali e quante prove sono necessarie per ottenere l’identificazione di quei colpevoli? Colpa dei depistaggi? Sì, è vero, ci sono stati molti poliziotti e carabinieri che hanno depistato, ma anche molti magistrati che «si sono fatti depistare». (...) Dal 12 dicembre
1969 è iniziato un disonore che grava sul nostro Paese ancora oggi, un «odore di marcio» nelle istituzioni che dopo non ha fatto che crescere. E questo riguarda anche chi quella sera del
1969 ancora non c’era. Se la storia è la spiegazione del presente, Piazza Fontana è la prima spiegazione dell’attuale degrado morale e politico del Paese. Una storia ancora presente fra noi. A ricordarcelo viene questo fumetto, che si misura con la difficile ambizione di raccontare una storia complessa nello spazio di alcune decine di pagine illustrate. Piazza Fontana non è una storia: è un groviglio inestricabile di storie, un intreccio informe e debordante di uomini e cose.

Certo, è stato necessario «piallare» questo materiale difficile e irregolare, lasciarne fuori interi pezzi, sacrificare aspetti anche importanti: l’Aginter Presse è rimasta sullo sfondo del libro, «la strage di Stato» non si dice, tanto per citarne due. Ma è stato giusto e utile farlo per consegnare le linee principali a chi si avvicini a questa materia per la prima volta o quasi. Un disegno scarno ed essenziale che «funziona» proprio per questo, sperimentando un genere innovativo come quello dell’inchiesta documentaria a fumetti. In fondo al libro il lettore troverà i riferimenti del non piccolo lavoro di scavo fatto attraverso le interviste, la lettura degli atti processuali, la letteratura sul tema. È auspicabile che questo non resti un episodio isolato, ma diventi un modo per «rileggere» la storia dell’Italia Repubblicana.