Alle 15 meno dieci, in Piazza della Scala c’erano più palloncini bianchi che persone. Lo constata Pina, insegnante, che non incontravo da un decennio, mentre suo marito Cesare, direttore di banca, aggiunge: “I soliti quattro gatti, te pareva”. “Aspetta, magari se ne aggiungono altri cinque”.
Quando torno dal bar di via Verdi dove ho preso un tè per cercare di arginare preventivamente il freddo, controllo il cellulare:15.05. La piazza ha cominciato a riempirsi. Con un gesto dimostrativo verso l’assembramento, saluto Pina e Cesare, aggiungendo un “ci vediamo” che presume che siamo giunti più o meno al massimo delle persone presenti. Intanto hanno cominciato a parlare dal palco che è una panchina del monumento a Leonardo da Vinci e ai suoi discepoli.
Dall’altra parte, dove mi aspettano Fabio, scrittore di guide turistiche, e Stefania, organizzatrice di eventi, non si sente niente, ma si vedono sbucare sempre più sciarpe bianche. “Toh, qui c’è la gente che se dici alle tre, arriva alle tre”, commento.
Penso: Milano. Penso a una sera estiva in cui mi incamminavo verso Corso Garibaldi, con l’occhio d’un tratto urtato dal contrasto fra le boutique sofisticate e la gioventù riunita per l’happy hour. Gel e colli larghi, tacchi a spillo e jeans attillati, le sopraciglia e la cera dorata unisex dei centri di bellezza. “E’ la bellezza uniformata da Corso Secondigliano a Corso Como, modello tronista, e tu non puoi farci niente”, mi ero detta in quel momento di rimpianto per l’eleganza milanese radiata negli studio di Cologno Monzese.
In piazza della Scala, scorgo più tardi persino un gruppetto di sciure autentiche, quelle con giusto un giro di visone intorno ai guanti e un probabile giro di perle sotto la sciarpa, quelle che attribuiresti al centrodestra. E invece ridono, applaudono, ripetono qualche volta “dimissioni!”, non troppo forte. Ci spostiamo davanti al palco improvvisato per sentire Concita De Gregorio, ma c’è un rimbombo che si mangia le parole che non siano pronunciato in sfumando.
“Non è così...”, afferro, e il video guardato l’indomani conferma che era il secondo. “Dovevano metterle più in alto, le casse”, critica Stefania mentre ci rintrona sopra le teste la lettura di Lucrezia Lante della Rovere. “Hanno messo tutto in piedi in una settimana, l’ho saputo da Iaia Caputo, una delle organizzatrici.” spiego, “è già tanto…” Cercare di avvicinarsi per ottenere un’acustica più decente è ormai impensabile. Poi qualcuno deve aver regolato l’amplificazione e dal messaggio di Luis Sepulveda in poi si sente bene.
Alle tre e mezza ho difficoltà a raggiungere Gabriella, fisioterapista, arrivata dall’ultimo paziente. Indietreggio verso la stradina accanto alla sede della Banca Commerciale, le do come punto di riferimento una Bentley blu con vetri oscurati, la prima della fila bloccata dalla gente. “Se la prenda con comodo”, suggerisce un signore a una mamma che cerca di attraversare con un passeggino vuoto e il suo inquilino in braccio.
Verso le quattro arriva la comunicazione che in Galleria si è formato un tappo di manifestanti che non ci stanno più nella piazza. Qualcuno, da sotto la statua di Leonardo, legge uno dei molti contributi ironici in cui si menziona il ragionier Spinelli. “Sai che sono stata pagata anch’io dal ragionier Spinelli?”, confessa Gabriella.
“Una volta mi hanno chiamato a fare la fisioterapia a un parente.” “Sei il male incarnato”, scherzo, “il male bipartisan: amica del terrorista e sul libro paga di Arcore!” Fuschini Gabriella figura infatti fra i firmatari dell’antico appello per lasciare in Francia Cesare Battisti e non manca in nessuna lista nera stilata dagli assessori veneti. Questi apprendisti stregoni in materia di rogo di libri, stanno disperatamente cercando la sua produzione letteraria, visto che qualcuno, per buon auspicio o scherzo, sette anni fa l’aveva classificata come “scrittrice”, mentre sfuggono alla lfoga censori per esempio, Gianni Biondillo, professione architetto o l’allora solo-cantante Marco Rovelli.
Neppure si sono accorti che in anni recenti diversi firmatari hanno preso distanza dall’adesione: non solo la sottoscritta, la quale si trova perlopiù esclusa dalle proscrizioni perché, per una volta, i leghisto-fascisti risparmiano lo straniero, ma anche uno come Tommaso Pincio che pure l’aveva dichiarato al Corriere. Lo esprime anche la piazza che siamo un paese dove le cose non sono meno gravi perché sono anche grottesche e viceversa.
Vola nel cielo un porcellino rosa di nome “Papi” circondato da galline metallizzate, l’attrice comica Alessandra Faiella fa una battuta sulle “erezioni anticipate” e se la boccia, l’indignazione non è inferiore alla voglia di rovesciare insieme una risata liberatoria sull’Italia mortalmente ridicola e cupa. Arrivano i messaggi di Nichi Vendola, quelli della Camusso e Moni Ovadia, applauditissima la lapidaria Rosy Bindi che ribadisce il suo classico “non siamo a sua disposizione”.
Viene annunciata la presenza di Dario Fo e Franca Rama e molte voci cominciano a scandire “Franca, Franca”. “A quanto pare, la Franca si è fatta convincere”, dice Massimo Cirri. D’un tratto mi sovvengo degli insegnamenti materni di buona creanza secondo cui vanno sempre nominate prima le signore, perché non è scontato che una folla di persone, donne solo per due terzi, si sia subito sintonizzata sulla moglie del Nobel.
Dopo la Franca, sale sulla panchina anche Dario Fo, creando un attimo di panico perché nessuno vuole leggere il suo breve monologo con lui presente. Manca poco alle cinque quando si apprestano a suonare le ragazze della banda d’ottoni “In balia della Maria”, ma l’assenza di un amplificatore è motivo sufficiente perché quasi tutti si riversano verso il caldo di un vagone metropolitano.
Avviandoci anche noi, Gabriella mi racconta quel che l’è successo il giorno prima. “Sai, ero in giro per lavoro e mi trovo una strada tutta bloccata per il corteo della Fiom. C’era un dispiegamento di polizia pazzesco, persino l’elicottero. Allora chiedo a sti pulotti, “posso attraversare?” e loro “ma certo, signora..”.Mentre procedo in mezzo ai loro manganelli e scudi, sento salirmi addosso un’ansia antica. A un certo punto, forse per questo, ne urto uno. «Oh mi scusi», gli faccio come una ragazzina. Questo qui mi guarda con la sua faccia da bambino e mi dice, “no, signora, dovevo spostare io lo scudo, scusi me”. Sono proprio cambiata, capisci? Trent’anni fa, mi sarebbe arrivata in testa una manganellata”.
In piazza della Scala, ci accorgiamo in quel momento, le forze dell’ordine sono pressoché assenti. Avranno pensato quale danno potranno mai fare quattro vecchie carampane femministe. Ispirata dal titolo del giornale “Vogliono lo scontro di piazza: il partito Santoro-Travaglio-Saviano-Bocassini scavalca il Pd e chiama la gente a insorgere” ben ostentato dalle mie giovani giornalaie berlusconiane, ribatto alla mia amica che nel prossimo futuro magari la manganellata potrà ancora rimediarla, se questo la facesse sentire più giovane.
Per ora, questo è certo, aveva visto giusto la questura, considerandoci innocui, a prescindere dal genere e dal numero. Lo siamo? Cosa vogliamo lì, al freddo, se sappiamo di non volere “lo scontro di piazza” né ci illudiamo di essere un seme di rivolta? Uscire dalle case, guardarci in faccia, contarci, scrollarci di dosso la rassegnazione, lo scacco, la certezza di essere soltanto la metà del paese, quella perdente.
Contarci, sì, scoprire nei volti sconosciuti una verità tanto elementare quanto sommersa: che basterebbe questo. Basta essere la metà più quattro gatti e altri cinque, mentre dall’altra parte la stessa quantità minima si perde, e potrebbe davvero cominciare a cambiare tutto. Probabilmente poi non andrà cosi, e sappiamo pure questo. Ma forse riconoscersi nella metà degli abitanti di un paese, basta anche solo per volergli di nuovo un po’ bene.