Il problema è di capire se questa nuova forma di capitalismo può interessarsi a un settore la cui redditività potenziale è scarsa nella migliore delle ipotesi». Così scrive André Schiffrin nel Denaro e le parole, il suo nuovo pamphlet appena arrivato in libreria (a cura di Valentina Parlato, postfazione di Guido Rossi, Voland, pp. 110, euro 12). Settantacinque anni, ebreo-francese trapiantato a New York con la guerra e il pétainismo, un pedigree trentennale nella prestigiosa Pantheon Books, ma nel ‘90, con l’ingresso alla testa di Random House - il gruppo di riferimento - dell’ex banchiere Alberto Vitale, costretto alle dimissioni, e da allora, al timone della propria New Press, trasformatosi anche in appassionato polemista, Schiffrin inaugura stamattina a Roma al Palazzo dei Congressi dell’Eur la nona edizione di Più libri più liberi , fiera nazionale della piccola e media editoria. Dell’opera di polemista di Schiffrin, ora che è giunto al suo quarto pamphlet, possiamo dire questo: avviene praticamente «in diretta», cioè registrando da un libro all’altro quanto delle sue apocalittiche previsioni l’editoria mondiale confermi e, non di rado, quanto addirittura le aggravi.
SARTRE COME BATMAN E dunque se fino qui il raffinato André, figlio di Jacques Schiffrin creatore in Francia della Biblioteca della Pléiade, ci aveva raccontato cosa significhi pubblicare Sartre e Chomsky e dunque operare in un campo in cui compenso al lavoro è, in buona parte, il piacere stesso di farlo, e un bel giorno vedere arrivare dei padroni che dicono: con Sartre dobbiamo guadagnare quanto con la t-shirt di Batman, dovete quadruplicare i guadagni, dal 4 al 15-20 per cento, ora nel Denaro e le parole ci dice il dopo. Insomma quello che è successo nell’ultima quindicina d’anni: quando di padrone in padrone sono arrivati quelli nati e cresciuti nel turbocapitalismo, quelli che hanno scoperto che nell’epoca della ricchezza immateriale conviene vendere, anziché libri, case editrici, marchi. Quelli con stipendi - in euro, sterline, dollari - a sei zeri. Quelli che si assimilano al gotha della finanza planetaria che, osserva arrabbiato Schiffrin, nonostante la Crisi che ha provocato, anzi quasi in virtù di essa, resta nelle stanze dei bottoni. «Siamo passati dall’infanticidio all’aborto alla contraccezione di massa» commenta: la ristrutturazione dell’industria dei libri, sostiene, fa sì che entro poco il libro bello e importante, che non si vende, non si potrà far nascere neppure per sbaglio...
DALLA FRANCIA CON TERRORE Schiffrin, parigino americanizzato, scrivendo si rifà in primis al modello Usa e, per ciò che concerne l’Europa, a quello francese. Gli Usa sono il laboratorio in cui si studia in incubazione tutto quello che arriverà poi di qua dall’oceano. La Francia il paese che, su questo lato, ne sembra l’avamposto: il paese che nell’ultimo decennio ha visto processi di concentrazione editoriale e mediatica vorticosi. Sarà un caso se, in contemporanea col libro di Schiffrin, in libreria per Feltrinelli arriva Mainstream , un saggio di Frédéric Martel, giornalista e ricercatore francese, sulla nuova guerra mondiale dei «contenuti» (dai best-seller alla disneyzzazione)? Ma torniamo al cubo bianco dell’Eur, dove, come in un candido laboratorio alla Crichton, da oggi per quattro giorni saranno riuniti quelli che Schiffrin considera i veri anticorpi delle sue previsioni di apocalisse: gli editori piccoli e medi. In Italia sono una presenza particolarmente vitale. L’editoria fattura 3 miliardi e mezzo (contro i 700 milioni del cinema). E a piccoli e medi si deve il 35% di questo giro d’affari. In Fiera saranno 430, con oltre 16.000 titoli. Diamo i numeri? Diamone altri. In quattro giorni circoleranno più di 700 esponenti di cultura, giornalismo, spettacolo, per un totale di 300 eventi. Ci saranno un paio di giga-autori, Luis Sepulveda (domani) e Muriel Barbery (mercoledì) così come l’amatissimo quasi centenario Boris Pahor (lunedì) e il teorico del surriscaldamento globale James Hansen (stasera). Questo per fare qualche esempio del pacchetto culturale della Fiera. Che, naturale, non è all’altezza di sfidare programmi culturali come quelli del torinese salone del Libro. Ma Più libri più liberi , complice il clima prenatalizio, è soprattutto un luogo dove si vagabonda, si scruta, si scova la piccola gemma, si sfoglia, si valuta, si compra. È una fiera di editoria piccola e media, il plusvalore che riserva sono le «scoperte»...
IN E BOOK WE TRUST Ed è luogo d’incontro per i «professionali», gli addetti a tutta la filiera del libro. Quest’anno nel calendario di incontri troneggia da protagonista quello che nel 2009 era ancora una curiosità da scantinato, un dettaglio: l’e book. Questo Natale, come vogliono i guru del mercato, sarà quello dove il «supporto» - sia Kindle o quel che si voglia - la farà da padrone tra i regali sotto gli alberi? Qui ci saranno da commentare le notizie che dal fronte e book arrivano praticamente ora per ora (ultima Google Editions, la biblioteca a pagamento online) e da brindare ai primi 94 «indipendenti» che in catalogo hanno già un titolo in formato elettronico. E c’è chi (BookRepublic, la piattaforma digitale) ha inventato una cartamoneta ad hoc, con scritta «in e book we trust», spendibile per acquisti natalizi. Inevitabile che tra «professionali», in modo formale o informale, si discuta sulla legge sul prezzo del libro, in transito tra le due Camere, e su cui dall’estate è guerra dentro la categoria. Mentre un’indagine Istat commissionata apposta per la Fiera innalza i cuori: nel 2010 i lettori in Italia sono cresciuti, oggi legge il 46,8% degli italiani con più di sei anni, quasi due punti percentuali in più rispetto al 45,1% dello scorso anno. Alla fine, come in ogni buona navigazione, si doppia il capo. A inaugurare la Fiera è stamattina (intervistato da Marino Sinibaldi), l’anticapitalista e anti-«conglomerate» André Schiffrin? A chiuderla l’8 dicembre il capo del mega-gruppo più dinamico nel nostro panorama: Stefano Mauri. A lui la Fiera degli «altri», dei piccoli e medi indipendenti, affida il compito di chiudere l’edizione 2010 con una profezia: cosa significherà fare l’editore nel 2020? E già, ce lo chiediamo: cosa significherà?