Lagioia: «Cari trenta-quarantenni
basta con i vedovi di Moravia»

lagioia
Di Cesare Buquicchio
28 aprile 2011
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All’ombra del mercato hanno scritto e pubblicato i loro libri, nell’ombra dei loro blog hanno provocato scismi o cementato alleanze, ma ora i protagonisti della società letteraria italiana trenta-quarantenne reclamano la luce. Gli oltre centocinquanta scrittori, editori e critici della “Generazione TQ” che si ritroveranno oggi nella sede romana di Laterza mantengono un garbo post-ideologico, ma non temono i giudizi affilati sulla generazione che li precede. Almeno, così sembra, ascoltando Nicola Lagioia, considerato scrittore di punta tra gli under 40 e tra i promotori dell’incontro.

“I nostri padri o fratelli maggiori hanno più potere, ma valgono molto meno di noi. Quando sono arrivato a Roma ho trovato un paesaggio culturale desolante, popolato quasi esclusivamente di prefiche. Tutti vedovi o vedove di Fellini e Moravia, autoproclamati nani che avevano vissuto sulle spalle dei giganti. Salvo qualche grande eccezione, nessuno di loro ha mai voluto affrontare il confronto di merito sulla letteratura, rifugiandosi nella nostalgia dei bei tempi andati che non sarebbero mai più tornati. Non ci può essere scontro e nemmeno confronto con chi rifugge qualsiasi autorevolezza e questa orfanità reciproca continua a lasciare strascichi”.

Dunque il confronto avete deciso di farlo tra (quasi) coetanei oggi pomeriggio?

“Erano mesi che nei festival, nei convegni, negli incontri, ci interrogavamo sugli stessi temi: gli intellettuali servono a qualcosa? La letteratura incide sulla realtà? E se la risposta alle prime due domande è no, come mai noi scrittori veniamo sempre interpellati su qualsiasi argomento? E poi, il mercato è buono o cattivo?”.

Lei come la pensa su alcune o su tutte queste questioni?

“Mi sono fatto promotore, insieme agli altri, di questo incontro proprio per ascoltare le più varie risposte a quelle domande. Anche perché, una delle cose che dovremmo mettere in discussione, è proprio l'idea che possa arrivare qualcuno con tutte le risposte. La perenne attesa di un 'uomo della provvidenza' che ci dica cosa fare o pensare è una delle grandi malattie italiane. Che sia Berlusconi o Vendola. Noi non faremo un 'discorso alla nazione', non abbiamo 'le risposte giuste'. Vogliamo confrontarci, guardarci in faccia e ragionare insieme. Potrà essere un fallimento, con tutti che si parlano addosso e allora, pazienza, ci avremo provato. Oppure potrebbe venir fuori qualcosa di utile”.

A cosa pensa?

“Sarebbe interessante fare un secondo appuntamento, magari vedersi per tre giorni in un agriturismo e approfondire gli spunti che verranno fuori”.

Tornando alla domanda precedente, ricordo un suo intervento sul ruolo dell'intellettuale e del sul senso dell'impegno. In sostanza, lei scriveva che la cosa più utile che può fare uno scrittore è stare chiuso nella sua cameretta e scrivere un bel libro. Ha cambiato idea?

“No, assolutamente. Continuo a pensare alla scrittura, e all'arte in generale, non come gesto 'politico', ma come gesto 'umano'. Ma è l'unico gesto che può permetterci di sopravvivere, l'unica garanzia per la prosecuzione della specie. Detto questo, il problema non è chi sarà di noi il primo a scrivere i Buddenbrook (cosa che personalmente considero il problema numero uno della letteratura). La questione politica è come recuperare un minimo di complessità in una griglia della comunicazione che sistematicamente la nega. Capita spesso che non si possa parlare di un libro, di un buon libro, se non ci sono appigli di cronaca...”.

E il mercato?

“I picchi di gioia e di disperazione li raggiungo scrivendo un libro. Ma una volta che il libro è finito devo confrontarmi con il mercato. Dobbiamo mettere in discussione l'idea che il mercato sia per forza il male. Anche la televisione mi alletta come vetrina, ma ho un dilemma etico se mi invita una trasmissione che è una stronzata, dove so già che si parlerà di tutt'altro...”.

***Intermezzo citazionistico***

In altre parole, nella nostra vita futura saremo tutti qualcosa di molto piccolo e subordinato. L'insegnamento che ci viene impartito consiste sostanzialmente nell'inculcarci pazienza e ubbidienza: due qualità che promettono poco o nessun successo. Successi interiori, magari sì: ma che vantaggio potremo trarne? A chi danno da mangiare le conquiste spirituali? A me piacerebbe esser ricco, andare in giro in carrozza e aver denaro da buttar via...
Robert Walser “Jakob von Gunten” (1908)

Lavoro zero e reddito intero, tutta la produzione all'automazione
Slogan su un muro dell'Università di Bologna (1977)

***Fine dell'intermezzo citazionistico***

Dunque, Lagioia, la televisione, i giornali, il mercato. Siete disposti a 'sporcarvi le mani' per cambiare le cose?

“Come dicevamo prima, non abbiamo da soffrire nessun complesso di inferiorità nei confronti della generazione precedente. Una generazione che si porta sulle spalle innumerevoli e conclamati fallimenti. Una generazione che ha fatto fare passi indietro all'Italia in tutti i campi. Ma se adesso non facciamo le nostre mosse saremo noi a diventare i colpevoli. Il motivo per cui tanti di noi sono legati al compianto David Foster Wallace è l'ammirazione per la sua capacità analitica strabordante. Ma dopo aver analizzato tutto dobbiamo trovare il coraggio di attraversare la soglia...”.

Perché la generazione TQ ha tanti tentennamenti?

“Siamo in una trappola perfetta: abbiamo poco da perdere, ma a noi sembra tantissimo. Intanto, l'incontro dovrebbe servire proprio a questo, a farci sentire meno soli in questa trappola...”.