Jannacci: «La poesia ci salverà
dalla crisi eco-sentimentale»

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Di Toni Jop
17 agosto 2011
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Che te ne sembra dell'Italia. Provare a chiederlo in giro, oggi, può essere rischioso. C'è qualcosa che va bene? Qualcosa che funziona? Qualcosa che promette positivo con decenti pezze d'appoggio? Così, devi sapere che ti azzardi a sfidare la ripetitività di una risposta piuttosto monotona: un presente avaro suggerisce instancabile “fai quello che stai facendo”, vai avanti senza porti troppe domande, sei tu il tuo scenario, la tua solitudine è la tua compagna. Dove sono i futuri radiosi, i soli dell'avvenire, una vita più dolce e più giusta? L'opportunità di iniziare questo rosario di punti di vista proprio da Enzo Jannacci, dallo “Scarp del tennis” più furente, pare una chance: perché Enzo, autore di una poetica surreale, aspro e forte nella critica sociale e politica da oltre mezzo secolo, quando picchia non lo batte nessuno. Dopo, si può solo, in teoria, risalire.

Le ha viste tutte e le ha cantate. Gli eroi più scalcinati:da Vincenzina all'Armando, dal palo nella banda dell'Ortica che “ghe vedeva un accidènt” a Bobo che si innamorò di una lente a contatto, dal ragazzo padre arrestato per atti osceni perché trovato a dormire su una panchina avvinghiato a suo figlio grande, alla Balila mangiata a pezzi dalla famiglia di un operaio. La Milano più di ringhiera, la mala più innocente, l'esclusione più atroce e profetica di “Vengo anch'io, no tu no”. Tutta roba sua, personaggi e situazioni di un cielo immenso, raccontato con la testa e col cuore, con ironia e malinconia, lungo la curva sempre elastica di un surrealismo che non si congela mai in tecnologia drammaturgica.

Enzo, ecco la verità: smentendo le attese mi piacerebbe dicessi che ciò che vedi di questo paese è bello e buono...
Dallo per fatto. Sono in quella condizione particolare che ti permette di assaporare ciò che di buono cova da sempre in Italia e tra gli italiani. E questo sapore batte il disgusto che ci affligge sovrano da troppo tempo...

Grazie, e quale sarebbe il sapore che ti conquista?
Sento che l'Italia, nonostante l'orrore degli egoismi più cinici che ci tormentano da tempo può contare su una risorsa meravigliosa: la poesia...

Stai usando parole antiche e così in disuso che chi le pronuncia può essere giudicato matto...
Sono sempre stato matto, se è per questo; ho sempre creduto a questa dote, solo che ci pensavo poco. Come se per decenni avessi creato e cantato personaggi pieni di poesia, senza rendermi pienamente conto che stavo portando a galla l'anima profonda di questo paese. Vedi, non erano invenzioni, erano persone vere, erano i poveri diavoli d'Italia. I poveri diavoli sono la parte migliore di questo paese, sono loro che lo salvano ogni volta che serve, loro che sono stati repressi, massacrati, esclusi. Questa condizione vale per tutta l'umanità, ma in Italia l'assenza di potere ha promosso un canto con ali poetiche, addirittura profetiche più dolci, struggenti, corali, forse perché la sua terra è ora dolce, ora aspra e struggente, come la sua storia.

E allora, il blues? Non è poesia, quella, scaturita da una assenza di potere?
Giusto, ma ora ascolta: in Italia c'è una quantità enorme di gente che guarda all'altra gente con amore, con interesse, con disponibilità e tutta questa gente conta nulla, poco, troppo poco e nemmeno si vede, ma c'è, ci hanno impedito di vederla, di riconoscerla ma prova a girare nei quartieri periferici di Milano, negli immensi satelliti romani, a Napoli e vedrai quanto è ancora facile comunicare, ricevere un sorriso, poter contare sul loro aiuto. Non hanno visibilità perché la loro nullità, rispetto al successo, al denaro, al potere è considerata indecente. Questa indecenza è invece la più grande cassaforte d'Italia, una ricchezza che non va in Borsa e che tocca la religiosità di questo paese...

Ti stai avvicinando a un terreno che ha tenuto occupata anche la politica in anni passati...
Se vuoi. Non sto parlando di religioni o di devozioni bigotte e serve dei potenti di turno, ma del calore popolare di una preghiera, di un canto solidale di liberazione e di impegno che risale la storia di questo paese e che si accompagna alle sue sofferenze. Questa è la religiosità che mi convince, anche personalmente, soprattutto adesso che sono vecchio...

Stai sovrapponendo Zavattini e i suoi “santi” laici al migliore cattolicesimo italiano e ai suoi santi-santi...
Esatto. E bada che quei santi sono gli stessi, alcuni hanno un nome, moltissimi altri no, ma sono sempre e solo gli ultimi, gli ultimi della terra e la “fede” è un aspetto forte della loro “resistenza” umana, non c'è contraddizione, non la vedo. Se poi, appunto, guardi la storia politica d'Italia nel dopoguerra, cos'è accaduto di diverso da questa sovrapposizione miracolosa tra la cultura social-comunista e quella cattolica non bigotta e non integralista? Mio padre era un socialista fin nelle ossa e mi ha insegnato tante cose, lo amo per questo: il senso della giustizia, dell'uguaglianza, della solidarietà, di un potere che nasce davvero dal basso, dalla comunione delle sofferenze, se vuoi da un linguaggio di classe che tuttavia apprende altri linguaggi senza rinnegare il suo, quello che le ha dato consapevolezza e organizzazione... la fede non confligge con tutto questo, non per me.

Folgorato dalla fede?
Non proprio, è un percorso coerente, mi sembra, quello che ho seguito fin qui. Ad un certo punto ho visto le cose, ho dato loro un nome e mi stava bene. Il socialismo non sta in piedi senza amore e amore è un atto di fede nell'amore... ci devi credere anche se sembra un'idiozia visto che tutto ciò che appare testimonia la sua impossibilità. Dicono bene i ricchi: l'amore è roba da poveri, bisogna essere un po' fessi e i poveri sono fessi. Quando dicono “fessi” bisogna tradurre “innocenti” e, purtroppo per chi ha il dané, anche la poesia è dei poveri, anche la profezia...

Sarà così, ma per seguire fino in fondo questa strada bisogna accertare che in Italia sia tornata l'età dell'innocenza, dei tuoi “Scarp del tennis”, a livello di massa...
Ma non vedi che proprio quel che sta accadendo nei mercati finanziari di mezzo mondo fornisce un terreno certo a questa innocenza? Impoveriti, schiacciati nei bisogni primari, con una classe media esclusa dal consumo pregiato, si allargherà a vista d'occhio la macchia dei senza potere, degli “Scarp del tennis” segnati nell'anima da un “grande amore” passato, cioè gente che scoprirà nuova sensibilità sulla sua pelle e che quando morirà, come l'eroe della mia canzone, sembrerà “nisùn” sotto il “cartùn”. Sarà più povera ma sentirà di più, si commuoverà profondamente e forse ne nascerà una nuova civiltà. Qui in Italia, sì.

(Caro Enzo, ti dedico questa strofa: “Ci basta una capanna per vivere e dormir, ci basta un po' di terra per vivere e morir”, versi di Cesare Zavattini, da “Miracolo a Milano”, regìa di Vittorio De Sica).