Il nucleare dopo Fukushima
L'aritmetica del rischio

giappone la centrale
Di Roberto Natalini
15 marzo 2011
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L'argomento principale usato dai fautori del nucleare è il seguente: non abbiamo scelta. La nostra società ha bisogno di energia. Quella prodotta da combustibili fossili non è abbastanza e quella prodotta da energie alternative non è ancora disponibile (e secondo loro non può superare una frazione piccola del fabbisogno totale). Quindi: bisogna investire nel nucleare, le nuove centrali sono a rischio zero e che il costo dell'energia nucleare è inferiore alle altre.
 
Lo so, sembra facile non essere d'accordo ORA. Ma parlarne dopo la tragedia giapponese non vuol dire speculare sul dolore o essere offuscati dall'emozione. Intanto perché non ci sarebbe nulla di male ad essere almeno turbati, come testimoniano su Internet le testate giornalistiche di paesi storicamente pro-nucleari come USA, Francia (sic!) o Gran Bretagna. E poi, perché solo dall'esperienza nasce la possibilità di capire di cosa si sta parlando, e stimare veramente i costi e i rischi delle nostre scelte.
 
Per prima cosa: cosa vuol dire che le centrali di tipo nuovo sono a rischio zero? Ovviamente non vuol dire che i rischi non esistono, ma che si ritengono quantificati al di sotto di altri eventi improbabili con i quali conviviamo tranquillamente. Per esempio si potrebbe osservare che il fatto che ci siano ogni anno circa 4.000 morti in incidenti d'auto in Italia, ossia ogni anno ogni guidatore ha una probabilità su 10.000 di morire, non scoraggia la gente a usare l'automobile.
 
Ora, cosa vuol dire sicurezza nel caso di centrali nucleari? Secondo me dovrebbe voler dire che ogni passaggio della catena ha una bassa percentuale di rischio. Ma come è possibile quantificare il rischio?
Cosa vuol dire che il rischio che il circuito di raffreddamento del reattore si rompa e il nocciolo si fonda, è di uno su un milione? Una volta ogni milione di cosa? Non vedo su quali esperienze si possa basare una stima di questo genere. Abbiamo l'energia nucleare da pochi decenni. Le centrali nucleari attive sono 400, abbiamo avuto 3 incidenti “seri” e molti altri minori, e anche nel super-tecnologico Giappone ci sono stati vari allarmi in precedenza. Sì è vero, abbiamo imparato da questi incidenti, ma il disastro giapponese ci ha fatto vedere come in realtà non sappiamo stimare per nulla la frequenza degli eventi. Cosa vuol dire che un materiale resiste a un terremoto del grado 8 della scala Richter? Nessun materiale può dare garanzie di questo genere. Sarebbe come calcolare la probabilità di un attacco terroristico con aerei lanciati su un grattacielo prima dell'11 settembre. Insomma, per stimare il rischio, sembra che abbiamo ben poche informazioni. E poi ci sono le scorie nucleari, la cui conservazione presupporrebbe una stabilità politica superiore a qualsiasi precedente società umana. Chi ha mai fatto materiali destinati a durare millenni? E chi può garantire sulla sorveglianza di siti che, lasciati a se stessi, potrebbero contaminare e distruggere tutto il nostro territorio?
 
Parliamo dei costi. Quando se ne parla, sarebbe bene parlare di TUTTI i costi. Montaggio, smontaggio, sicurezza della centrale e soprattutto smaltimento dei rifiuti. Secondo una ricerca americana, di cui si è parlato sul New York Times, l'estate scorsa il prezzo dell'energia fotovoltaica sul mercato americano è diventato inferiore a quella prodotta negli impianti nucleari di nuova generazione. E non richiede i massicci investimenti che richiede il nucleare, e che spesso rischiano di non essere assorbiti nemmeno nel lungo periodo. In Inghilterra per esempio, un'altra ricerca ha messo in evidenza che se i costi del trattamento completo dei rifiuti nucleari fossero messi in conto, la redditività economica delle centrali sarebbe messa seriamente a rischio. E ancora non capisco bene di cosa stiano parlando. I rifiuti nucleari saranno pericolosi per migliaia, se non per milioni di anni. Come si calcola il costo della loro manutenzione? Come si fa a dire che i costi totali del trattamento dei rifiuti e dello smantellamento della centrale sono coperti, come dichiarato qui, proprio non riesco a capirlo. Forse parlano dei costi per la conservazione nei prossimi vent'anni. Ma dopo? E inoltre questi costi non tengono conto che delle cose standard, quando tutto va bene. Ma quanto costa un solo incidente nucleare in termini di contaminazione? Quanto costa evacuare una regione per un raggio di 30 Km, come sta succedendo ora in Giappone? Stiamo parlando di un caso su 400 (il numero di centrali attualmente nel mondo) in circa 25 anni (ossia dopo Chernobyl). È questo il rischio che vogliamo correre? Per ogni centrale avremmo dunque una probabilità su 400 di avere un un disastro nucleare nei prossimi 25 anni, che è poi la probabilità di fare AMBO giocando al lotto. Non vi sembra un po' alto? (ok, sto andando veramente a spanne, ma credete che siamo così lontani dalla realtà?).
 
Insomma, sarebbe ora, in questo turbinare di numeri, che qualche cosa fosse chiaro. Ci sono molte cose che si possono fare per risparmiare energia (coibentare meglio gli edifici per esempio), tanta ricerca per migliorare le energie alternative (esiste già lo spray per rendere l'acciaio fotovoltaico, Google ha appena investito 5 miliardi di dollari in un impianto eolico off-shore), ma per favore, non carichiamoci di rischi che nessuno sa veramente gestire e men che meno questo governo(*).
 

 
(*) Ovviamente non abbiamo nemmeno sfiorato la specificità della situazione italiana, con un territorio ad alto rischio sismico, in cui non siamo nemmeno capaci di gestire i rifiuti ordinari, figuriamoci i rifiuti nucleari...