Pubblichiamo l’introduzione di Lirio Abbate, l’unico giornalista presente sul luogo al momento della cattura di Provenzano. Dopo l’uscita del libro «I complici» è stato minacciato di morte dalla mafia.
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La storia di un eroe naturale, quella di Peppino Impastato. Una storia che mescola nostalgia e sentimento, in cui emerge il conflitto tra figlio e padre, individuo e ambiente, obbedienza passiva e rivolta vitale. La rivolta di Peppino, contro i mafiosi e i politici collusi con Cosa Nostra, nasce e si sviluppa negli anni Settanta nel paese siciliano di Cinisi, accanto all’aeroporto che è stato poi intitolato a Falcone e Borsellino. Il protagonista di questa storia vera cresce negli anni Sessanta in una famiglia legata alla mafia da rapporti di parentela e d’interesse, in una comunità dominata dalla mafia («Mafiopoli», la chiamava Peppino), e per questo si ribella.
E lo fa usando l’arma più odiata dai boss: l’ironia, la beffa, lo sfottò, il sarcasmo contro il capomafia della zona, Tano Badalamenti, contro il «Maficipio» comunale, contro l’illegalità sistematica. Lo fa con la radio, con un mezzo d’informazione che entra in ogni casa, grazie all’impegno sociale di un gruppo di giovani. È Radio Aut, che con la satira trasmessa nel programma Onda pazza non risparmia accuse e denunce alla mala amministrazione. La madre Felicia e il fratello Giovanni sostengono Peppino. Il padre Luigi, spaventato per sé e per il figlio, lo osteggia, e presto muore in quello che sembra un incidente d’auto, ma che in realtà è un omicidio. La rivolta di questo giovane «comunista» è indomabile.
Si candida alle elezioni comunali per Democrazia Proletaria, conduce una campagna elettorale infiammata: due giorni prima del voto, nel 1978, viene trovato morto. Quando Peppino viene ucciso ha trent’anni. Lo assassinano in modo atroce, piazzandogli sul petto - dopo averlo sistemato sulle rotaie della ferrovia - una carica di tritolo. Fece rumore, l’esplosione. Un grande fragore ruppe il silenzio, la notte dell’8 maggio 1978. Eppure nessuno volle sentire: Cinisi, già famosa per aver dato i natali a Badalamenti, rimase impassibile, con i suoi uomini d’onore dislocati nei punti strategici del paese a sorvegliare lo svolgimento delle indagini, non senza ostentare un ghigno di soddisfazione. Gli investigatori non vollero sentire neppure la società civile siciliana e italiana. Certi giornali, certa magistratura, catalogarono immediatamente quel delitto di mafia, il primo della lunga mattanza, come un «incidente», occorso a un «terrorista» che stava per compiere un attentato nello stesso giorno in cui le Brigate Rosse restituivano agli italiani il cadavere di Aldo Moro.
Già, perché Peppino Impastato aveva almeno due «peccati d’origine»: non era un uomo delle istituzioni ma un semplice privato cittadino, ed era comunista, e poco importava se la sua attività di militante, di giornalista che faceva controinformazio-ne dai microfoni di una piccola radio, era rivolta esclusivamente a denunciare lo strapotere dei mafiosi, di don Tano e dei suoi accoliti politicanti travestiti da amministratori. Ci sono voluti vent’anni per poter avviare un processo contro Badalamenti, che è stato poi condannato all’ergastolo come mandante. E la signora Felicia ha saputo aspettare quel giorno, in cui la giustizia ha dato finalmente un volto a chi aveva ordinato il delitto del figlio. Lo ha atteso con grande forza d’animo perché aveva sempre creduto nell’autorità giudiziaria, rifiutando ogni vendetta. Nonostante i decenni trascorsi, a leggerla oggi la storia di Peppino non sembra quella sul passato siciliano. Perché non molto, da allora, è cambiato: la mafia è sempre lì e comanda, la sinistra continua a scindersi, dividersi, combattersi. Forse ci sono meno ribelli, oppure esistono molti ribelli a parole, e pochi a fatti.
Questa storia disegnata a fumetti è vibrante, di un’intensa nostalgia per un tempo di rivolta e di lotta, di rivoluzionari coraggiosi e di forza d’opposizione, di rimpianto verso figure integre, disinteressate e non riconciliate come Peppino. È un’intelligente analisi sociale, di condanna di quel buon senso collettivo opportunista, accomodante e familista, che consente alla mafia di dominare ancora oggi. Ed è struggente il sentimento del tempo: se al funerale di Peppino c’erano centinaia di ragazzi con i pugni chiusi levati al cielo e bandiere rosse. Adesso che finalmente, nel 2002, è arrivata la giustizia, a Cinisi ricompaiono gli amici di Impastato nel giorno della sentenza, in corteo, per dire: «Con le idee e il coraggio di Peppino, noi continuiamo».