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Falcone «eroe non per caso»

Di Giacomo Bendotti
28 dicembre 2011
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Pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore BeccoGiallo e dell'autore, ampi stralci dell'intervista di Giacomo Bendotti a Francesco LaLicata che appare come appendice alla alla graphic novel "GIOVANNI FALCONE" dello stesso Bendotti. Potete scaricare l'ebook del fumetto sul nostro sito  CLICCANDO QUI a soli 2,50 euro.

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Nella sua «Storia di Giovanni Falcone», in una riedizione del 2002, a dieci anni da Capaci, lei traeva il bilancio della lotta alla mafia nell’ultimo decennio. Se dovesse aggiornare quel bilancio, oggi, dopo quasi un altro decennio, cosa direbbe? Cosa Nostra è tuttora in buona salute?

«La peculiarità di Cosa Nostra, come sosteneva il giudice Giovanni Falcone, è la sua capacità di penetrazione e, quindi, di corruzione. Non esiste altra organizzazione criminale che abbia dato dimostrazione di saper invadere, controllare e manipolare la società civile e le sue articolazioni: politiche, culturali, finanziarie, economiche e persino religiose. A ciò bisogna fare riferimento quando si parla della “salute”. E se tutto ciò è vero, bisogna concludere che lo stato di salute della mafia oggi risulta un po’ debilitato sul piano militare, ma ancora abbastanza florido in relazione al suo rapporto con la società civile e le istituzioni. Il bilancio? Certo, si sono fatti passi avanti, anche grazie al sacrificio di numerosi uomini dello Stato. Ma molto ancora c’è da fare per “liberare” quella parte considerevole di territorio ancora nelle mani del crimine e della illegalità».

Il «metodo Falcone» esiste ancora? E le leggi, nonché lo Stato, hanno fatto passi avanti o indietro?

«Il metodo esiste ancora nell’azione quotidiana di alcuni magistrati che hanno continuato la loro battaglia, spesso nell’indifferenza generale se non addirittura nell’avversione dello stesso Stato che i giudici difendono. Non mi sembra un segno di solidarietà nei confronti della magistratura la campagna denigratoria (“comunisti”, “cancro”, “giudici politicizzati”, “assassini”) portata avanti da anni dal massimo rappresentante dell’Esecutivo. Non vedo più quella tensione morale che si verificò all’indomani delle stragi del ’92 e del ’93. Neppure a livello della stessa magistratura e della politica che ha varato diverse leggi gradite ai gruppi criminali. Non sono propenso a cedere alle suggestioni dietrologiche che interpretano gli avvenimenti come prodotti da una “Spectre” che tutto controlla e determina. Allo stesso modo, però, laicamente non si può ignorare quanto è accaduto in Italia a ridosso delle stragi di mafia e della caduta della Prima Repubblica. Forse non si arriverà a una verità giudiziaria, ma la storia si può giudicare anche senza le sentenze definitive».

Nino Caponnetto ha sostenuto che Giovanni Falcone iniziò a morire nel gennaio del 1988, quando il Csm gli preferì Antonino Meli a capo del’Ufficio Istruzione di Palermo. Per quale motivo, a suo avviso, il Consiglio Superiore della Magistratura scelse Meli? Cosa intendeva Caponnetto con la sua affermazione?

«Il Consigliere Nino Caponnetto aveva perfettamente ragione. Giovanni Falcone fu isolato soprattutto dai suoi stessi colleghi, mossi anche da sentimenti bassi come l’invidia e la competitività di carriere. Il Csm gli preferì Antonino Meli - persona perbene ma inadeguata al ruolo che si accingeva ad assumere in quel momento storico - per non interferire sul sistema giudiziario allora tenuto in piedi da un metodo che si atteneva esclusivamente all’anzianità nel giudizio sugli avanzamenti di ruolo. In sostanza Falcone fu fatto fuori per una logica correntizia che metteva in secondo piano il bene superiore, cioè la lotta alla mafia, rispetto alla lottizzazione di posti e promozioni. Esattamente come si comporta il potere politico. è ovvio che, dentro questa logica, possono interferire anche interessi di dubbia natura. Ed è probabile che una cattiva politica abbia utilizzato la cecità dell’Organo di autogoverno dei magistrati per colpire un giudice scomodo ».

La Procura di Caltanissetta sta indagando sul fallito attentato all’Addaura. L’identità dei sommozzatori che avrebbero disinnescato la bomba resta ancora ignota, così come la dinamica dell’intero attentato. Qual è lo scenario più plausibile?

«L’attentato all’Addaura contro Falcone è diventato un vero e proprio affaire di Stato. Gli ultimi sviluppi dell’inchiesta, ormai definitivamente collegata alla strage di Capaci, ci consegna il quadro di un intrigo di difficile decifrazione. Banalizzando, possiamo concludere che quella bomba non fu collocata soltanto dalla mafia. Addirittura una parte delle indagini marcia sull’ipotesi che l’attentato fu in qualche modo “tollerato” da una parte dei servizi e un’altra parte intervenne per sventarlo. È chiaro che siamo nel campo delle ipotesi. Che i candelotti di dinamite non glieli avesse inviati solo Cosa Nostra, fu lo stesso Falcone a spiegarlo, quando parlò di “menti raffinatissime” nella cabina di regìa dell’attentato».

Quando lei fece visita a Falcone dopo l’attentato, proprio all’Addaura, il magistrato accennò a delle ipotesi?

«Andai a trovare Giovanni Falcone dopo un giorno e lo trovai davvero provato: dormiva sdraiato per terra per poter essere sempre vigile e, per la prima volta, lo vidi con una pistola tra le mani. A modo suo, cioè senza mai sbilanciarsi, mi disse che il movente di quella bomba poteva essere ricercato nell’incontro che aveva avuto col presidente degli Stati Uniti, George Bush senior, incontrato - poco prima dell’attentato - presso la sede dell’Ambasciata americana a Roma. “Non ci dovevo andare,” si lasciò sfuggire. Ma quando cominciai a far domande tagliò corto: “Fai che non ti ho detto nulla,” e cambiò discorso. Cosa voleva dire? Mi sono arrovellato per anni, ma una risposta non la trovo».



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