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Dr. House, atto finale
Addio a genio matto di medicina

hugh laurie dr. house 480
Di Marco Bucciantini
3 luglio 2012
A - A
L'ultima scena: House e Wilson se ne vanno via in motocicletta, dentro le note swing di Enjoy Yourself, "divertiti che non è rimasto troppo tempo". Sorridono, i due amici, mentre affrontano la strada. Sono felici ma non è un lieto fine: dietro la curva nessuno dei due troverà un grande futuro.

Ciao House, il dottore più stronzo chiude qui, ultima puntata, non ci sarà la nona stagione, gli autori si risparmiano la consunzione di un personaggio che è ormai certo del suo posto nella storia della televisione.

Ci ha imbrogliato fin dall’inizio: è entrato in casa nostra con quel nome così domestico - House: il dottor Casa, appunto - e si è accomodato in soggiorno con l’indole selvaggia e il frasario scandaloso. Con la sua andatura zoppicante, l’aspetto trascurato, le occhiaie da malato, gli schemi di pensiero che corteggiavano i bassi istinti, la mancanza disarmante di quell’ipocrisia che abita le corsie d’ospedale, per circondare di umanità una zona fra la vita e la morte. Il pubblico è ben disposto verso i dottori perché in fondo loro sono le figure più fiabesche della televisione, un cartone animato per tipi ormai adulti e preoccupati, sono eroi che sconfiggono il male, esattamente come farebbe Ufo Robot, e impediscono alla “mostruosa” morte di arrivare, “surgelando” la vita, così come Mazinga preservava l’universo dalla distruzione. Per questo i medical drama hanno sempre avuto successo. Ma questi semidei si proponevano all’immaginario collettivo come belli, puliti, sentimentali, educati, giusti, morali.

Il dr Kildare aveva il volto di un principe azzurro, Richard Chamberlain. E per restare ai tempi nostri, Greys Anatomy e E.R. - altri successi enormi - offrono un campionario di bravi ragazzi che potrebbero riciclarsi nella pubblicità di un dopobarba.

Gregory House è stato altro.

Lo ha raccontato Hugh Laurie, attore e musicista inglese dal volto aspro, occhi azzurri e grandi, nato ricco e malaticcio, «e anche un po’ depresso», ammise. Dottore da 400 mila dollari a puntata, onorario per curarci la malattia più tignosa da togliere via: il pregiudizio. Su di lui sono stati scritti saggi di riflessioni sparse, dalla filosofia alla religione, così ripetutamente e spavaldamente messa in ridicolo. Gli autori vollero un medico che dovesse anzitutto fronteggiare il dolore in sé: per 177 puntate House soffre per il muscolo quadricipite della gamba destra divorato da un errore medico e una necrosi dei tessuti nervosi che lo bracca con un dolore cronico. Per sopportarlo s’impasticca a volontà con il Vicodin, antidolorifico a base oppiacea. Ne è dipendente come qualsiasi drogato. Dunque il nostro paladino del bene si presenta storpio, con il bastone e tossico (omaggio a Sherlock Holmes e al suo dosaggio quotidiano di cocaina). Ecco sfatato il primo tabù: dov’è che alligna il più recondito e inammissibile dei pregiudizi, se non nell’aspetto fisico, nella bella o brutta presenza, e nell’affidabilità di un uomo ligio alle regole?
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