«Donne! Sono arrivati i precari della cultura» - scandiscono sulla falsariga del grido dei moderni arrotini, mentre martedì sera irrompono a sorpresa nel Teatro Valle poco prima dell’inizio del debutto capitolino di Cenerentola di Emma Dante: sono festosi, caciaroni, colorati e anche piuttosto arrabbiati. Il pubblico, inizialmente sorpreso, li accoglie subito dopo molto calorosamente con vere ovazioni: ma chi sono esattamente questi «disturbatori», che protestano contro i tagli della finanziaria 2011?
È un movimento che salda assieme di vere facce del mondo della cultura. Loro si dicono i lavoratori dell’immateriale, definizione assai vaga, ma nei giorni in cui sindacati e associazioni di categoria incassano il pugno di mosche che il governo ha riservato loro nel «decreto mille proroghe », sono loro ad apparire la novità della crisi endemica che affligge la cultura italiana da oramai oltre 15 anni. Sono diverse settimane che associazioni come 0.3 e il Maud (i precari e le donne nello spettacolo dal vivo), Tutti a casa (i lavoratori dell’audiovisivo), la Rete 29 aprile (docenti e ricercatori) e gli studenti manifestano assieme.
Al Valle arrivano con due orchestrine e sono circa una cinquantina, mentre di solito questi appelli li leggono in due o tre con aria seriosa. Loro invece mettono in scena una specie di spettacolo, dove una giovane attrice come Melania Giglio, tante volte nei lavori teatrali di Luca Ronconi, scandisce: «La precarietà non è provocata dalla crisi, ma dalle politiche che gestiscono la crisi ». Applausi. Tocca a un ricercatore dell’università: «Siamo qui a dirvi che la cultura è sotto assedio». E giù dai loggioni del Valle volantini come nella sequenza iniziale di Senso di Luchino Visconti, per poi irridere dicendo: «Il teatro non morirà mai, caso mai a morire saranno loro».
Vanno via al grido di «Viva l’Italia», un omaggio forse immeritato a una nazione che in fondo per i lavoratori della cultura ha dato poco e adesso dà molto poco. Emma Dante, che ha visto la sua prima slittare di circa 20 minuti, li guarda dal fondo della platea senza battere ciglio; la sua compagnia non esce a solidarizzare con la protesta, di cui peraltro era stata informata. Un segno a suo modo emblematico di una divisione più generale che attraversa in questo momento il mondo della cultura: da una parte i precari, i veri intermittenti, dall’altra chi, per quanto contrario ai tagli e alle politiche dell’attuale governo, si sente in qualche modo ancora garantito.
Ma l’illusione di questi ultimi dura poco, l’ennesima doccia fredda arriva ieri. Con un sistema spettacolo ridotto al lumicino: Agis, Federculture, Sindacati e 100 Autori venti giorni fa avevano chiesto al governo 7 interventi immediati: il consiglio dei ministri ne accoglie appena un paio e solo molto parzialmente nel «mille proroghe». Mentre il movimento, attori studenti e ricercatori, era in strada a Roma a bloccare la tangenziale, eufemisticamente il presidente di Federculture Roberto Grossi vedeva nelle decisioni del governo il rischio di un arretramento e «non solo culturale».
Più articolata e nervosa la reazione dell’Agis: il presidente Paolo Protti e il vicepresidente Maurizio Roi accanto alla pacatissima soddisfazione per il parziale prolungamento del tax shelter –appena sei mesi, quando erano stati chiesti tre anni–, incalzavano dicendo che il “mille proroghe” «decreta semplicemente la morte dello spettacolo: fondazioni liriche, teatri pubblici e privati, compagnie. Dunque a Palazzo Chigi si è celebrato un funerale ». In questi giorni sindacati e associazioni di categoria si riuniranno nuovamente per capire il da farsi, dovendosi confrontare con un ministro come Bondi, che per l’ennesima volta aveva promesso un reintegro che per l’ennesima volta non è arrivato.