Cristiana Collu: «Giovani? Nell'arte qualcosa cambia» di Ste. Mi.

cristiana collu arte
Di Stefano Miliani
6 febbraio 2012
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Da Nuoro a Rovereto. Una donna giovane e capace prende il volante del Mart, Cristiana Collu. Il museo d’arte contemporanea di Trento e Rovereto ha scelto lei come successore di Gabriella Belli, passata a dirigere i Musei civici veneziani dopo aver tirato su dal nulla e guidato per 22 anni un istituto che si è ritagliato un discreto credito europeo – non per niente collabora con l’esigente Museo d’Orsay parigino – modellandosi sull’edificio progettato da Mario Botta.

«Non voglio un museo nostalgico. Ma l'apertura a giovani direttori è recente nel mondo dei musei rimasto troppo a lungo chiuso e maschile», osserva Cristiana Collu: 42 anni, viene dal Man di Nuoro, originale museo d’arte contemporanea della Provincia che lei ha letteralmente inventato e coccolato dal 1997 in un territorio su questo fronte totalmente vergine e con la complicazione della distanza dai centri urbani principali della penisola. “Barbaricina d’adozione”, si definisce con orgoglio. Cristiana Collu vanta esperienze eterogenee: laureata in arte medioevale, ha collaborato con l’Art Gallery of New South Wales di Sydney, con la casa d’aste Christie’s, ha studiato archeologia cristiana, museologia. E la sua nomina segnala che forse oggi giovani italiani di talento trovano posti di responsabilità solo nell’arte contemporanea. È ancora fresca la scelta della Biennale di Venezia di affidare la mostra del 2013 al 38enne Massimiliano Gioni mentre altre istituzioni, come il Castello di Rivoli o il Macro di Roma, hanno già timonieri dall’età abbondantemente inferiore a quella dei leader politici e degli intellettuali più noti.

Cristiana Collu, che direzione vuole dare al museo, quali mostre far allestire, quali periodi esplorare, quale ricerche stimolare?

La cifra di un direttore rimane la stessa, non cambio perché vado al Mart, porto la mia esperienza. Però il dialogo con questo museo cambia, per cui tutto è uguale e tutto differente. Gabriella Belli ha fatto diventare il museo un leader in una zona dove non c’era molto, ha compiuto un lavoro straordinario. Questo mi consentirà di ampliare il raggio di esplorazione. Il Mart comincerà di occuparsi di contemporaneo in maniera più costante e profonda, per quanto ritenga che un museo sia contemporaneo comunque, anche se è di archeologia. A ogni modo sarà più sensibile anche a ciò che accade nel nostro tempo, senza fare cronaca, ma con uno sguardo di sbieco verso l’attualità che sia paradigmatico nel tempo. Preferirei abbandonare l’idea dei compartimenti stagni e della successione cronologica dando spazio ai linguaggi che traducono la sensibilità contemporanee. Ciò non vuol dire per forza il digitale ma come la tecnologia traduce i nuovi linguaggi.

Come tutti i luoghi pubblici dovrà guardare anche al numero di visitatori delle mostre e puntare su titoli di richiamo?

Il numero dei visitatori è uno degli indicatori per giudicare la nostre performance, è il più evidente, è quantitativo, ma spetta a chi dirige musei far capire che ci sono anche altri indicatori per dire, sulla media distanza, se si è fatto un buon lavoro. Certo, un museo deve essere anche un grande attrattore.

In pratica?

Occorre diversificare i linguaggi. Ci saranno iniziative di grande richiamo che possono convivere con altre non di nicchia ma che aprano una strada perché diventino di richiamo per non fare solo nostalgia e non fare sempre le stesse cose. Non voglio un luogo consolatorio, per me un museo è una zona critica.

Come intende il rapporto con la comunità locale?

Il rapporto c’è già ed è fortissimo. Il Mart fa parte della società e quanto se ne discute mi fa capire che tutti ci tengono. Con il territorio si può fare un lavoro straordinario ma questo non si traduce solo con le mostre, tanto meno di artisti locali, anche perché nessun artista vuol essere definito locale.

Lei ha iniziato a dirigere il Man di nuoro a 27 anni, ora a 42 guida il Mart. Non è l’unico direttore senza i capelli bianchi. Tranne che nell’arte contemporanea ritiene che ai giovani la strada per i posti di responsabilità in Italia sia sbarrata?

Ho l’impressione che forse per troppo tempo il mondo dei musei sia stato chiuso e molto maschile. L’apertura è recente, altri ambiti si sono aperti molto prima, forse ci sono molte storie sommerse. Credo sia una questione di visibilità. Come gli assessorati: alcuni sono visibili e sempre sui giornali, altri no. Credo ci siano situazioni simili per l’arte contemporanea. Può darsi che i musei di arte contemporanea siano diventati più audaci, devono avere una certa velocità e vivacità per cogliere alcuni aspetti in maniera più immediata. Comunque mi sento parte di una generazione che sta avendo un’opportunità, ma in Italia si è considerati giovani fino a 50 anni. Probabilmente alcune cose stanno cambiando. Non ritengo che quanto mi accade oggi sia diverso da un concorso vinto a 27 anni, come mi capitò a Nuoro. Lì c’era molta audacia. Fatte le debite proporzioni mi pare la stessa cosa.

A questo proposito: cosa si aspetta dalla Biennale di Venezia 2013 che sarà diretta da Gioni, un italiano del 1973?

Massimiliano Gioni con il suo garbo e la sua sensibilità, insieme a una grande concretezza che traduce il suo intuito, talento, vocazione e passione professionale, farà benissimo e ci farà benissimo. Da parte mia congratulazioni e gli auguri più grandi per la sua Biennale.