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Altan si racconta: «Io e Cipputi in cerca dell'operaio perduto»

 
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Di Renato Pallavicini
27 agosto 2010
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Che fa il bravo giornalista che deve intervistare Altan? Si documenta: va a cercare le sue vignette, spulcia la sua biografia e magari va a scovare in archivio gli articoli già scritti in passato. Così mi rileggo una recensione del febbraio 2003 su una raccolta di vignette uscita per Einaudi e ci trovo dentro Berlusconi; tiro fuori uno scoppiettante dialogo tra Altan e Staino (avvenuto al festival «I castelli Animati», in quel di Genzano di Roma) del dicembre 2003 e c’è, ovviamente, ancora Berlusconi; salto a un’intervista più recente, del marzo 2009, e c’è sempre lui, Berlusconi. Per fortuna c’è anche altro, di più e di meglio: soprattutto c’è il Cipputi che, alla faccia del Cavalier Banana, è ancora lì pure lui, magari un po’ imbolsito e acciaccato dalla Crisi infinita, e che per farsi vedere e sentire è costretto a salire sui tetti. S’intitola proprio «Cipputi sui tetti» la mostra dedicata all’operaio «quasi-massa» protagonista di centinaia e centinaia di vignette. A Collecchio di Parma (Villa Soragna da oggi al 25 settembre) ne saranno esposte 54, popolate di operai che si chiamano Busazzi, Binaschi, Bisnaghis, Frisgazzi, Pinazzi, Bullonzi... comprimari e spalle, tanto il protagonista è sempre e solo lui: Cipputi, per gli amici Cippa o Chips. Che poi - parola di Altan - «…all’inizio si chiamava Cippone, poi Cipputo e alla fine...».

Insomma: Cipputi, quando e come è nato?
«Nel 1975, allora stavo a Milano, ed è nato in mezzo ad altre mie creature che disegnavo, come la Pimpa. È spuntato anche lui, tra le figure che incontravo strada».

In un dialogo con Staino (l’Unità del 1 dicembre 2003) lei disse che Cipputi è un po’ figlio dello spirito carioca, del periodo in cui lei viveva in Brasile, dove ha conosciuto Mara che poi è diventata sua moglie?
«Sì è vero, i carioca sono formidabili battutisti, ma lo spirito viene anche dai lazzi del pubblico di un cinema di Bologna che frequentavo, e che commentava a modo suo i film che passavano sullo schermo».

Come trova le battute? Nascono spontanee o c’è un lavoro di limatura e di aggiustamento?
«La cosa è variabile. Qualche volta sono già lì, belle e pronte, spesso richiedono fatica. Lavoro soprattutto sugli aggettivi che devono essere quelli giusti perché la battuta funzioni, altrimenti succede come a un soufflé: si sgonfia. Cerco parole non troppo letterarie, scavo tra il linguaggio parlato».

Si ricorda la prima vignetta di Cipputi?
«Beh, non è facile… secondo me è una dove c’era un tornio e un operaio che si lamentava perché la macchina gli aveva portato via una mano. E allora l’altro operaio gli diceva: consolati, al massimo ti può capitare un’altra volta soltanto».

Conserva tutte le vignette che fa?

«Generalmente sì, ma qualcuna l’ho persa».

Gli spunti principali del suo lavoro stanno nella realtà politica e sociale, ma come li raccoglie e li filtra: dai giornali, dai discorsi della gente…?
«Sì, dai giornali, meglio dalla tv, perché mi piace vedere le facce e sentire le voci di chi parla. Sto con l’orecchio teso, ma non è che prendo appunti. Piuttosto si tratta di un lento assorbimento e alla fine qualcosa resta impigliato nelle maglie».

Cipputi è un simbolo dell’operaio e del lavoro di fabbrica. Lei è mai stato in una fabbrica, ha avuto incontri con operai e che cosa le hanno detto o chiesto?
«Solo una volta, alla Fiat, dove un mio amico sindacalista mi portò a fare un giro. Ho poche conoscenze dirette... Di operai ne ho incontrati, certamente... ricordo che a una Festa dell’Unità uno mi avvicinò e mi disse: sì, Cipputi sono proprio io».

Operai e, oggi, precari, lavoro e non lavoro. Ma davvero gli operai non ci sono più e sono diventati così marginali?
«Che non ci sono più non è vero. L’impressione è che non c’è più la solidarietà, quella che serve per diventare classe, quella per cui Cipputi è diventato un simbolo. Tutto è fatto in modo da isolare le persone, perché ognuno pensi a sé e basta. Così, tutto è più difficile».

Una volta per far valere i propri diritti gli operai occupavano le fabbriche, oggi salgono sui tetti, un po’ come quei disperati che, ogni tanto, minacciano di buttarsi giù, magari dal Colosseo. Cosa pensa di questa forma di lotta?
«È una situazione estrema di difesa... una volta c’era la possibilità di attaccare».

La Fiat vuole chiudere Termini Imerese, fa costruire le auto in Polonia o in Serbia. Secondo lei come sono i Cipputi di quei paesi?
«Sono più affamati e dunque più duttili. Forse più disposti ad accettare... ma è un mio pensiero, non posso giudicare».

Cipputi è la cifra che la identifica ai più, ma lei è autore di storie a fumetti importanti (Colombo, Ada ecc.), è il papà della Pimpa e si è cimentato anche con la sceneggiatura cinematografica («Non chiamarmi Omar» con Staino come regista), ha fatto cartoon tratti dalla Pimpa (proprio in questi giorni sta lavorando a una nuova serie per la tv), ha scritto testi teatrali. Che cosa le piace fare di più?
«Mi piace fare quello che normalmente faccio, cioè disegnare vignette. Però, ogni tanto, vado in cerca di esperienze diverse: teatro, cinema. Sono lavori collettivi, in cui ci si confronta, a differenza di quando faccio vignette e sono da solo. Mi piace uscire un po’ da me, imparare, capire».

Lei ha fatto studi di architettura. Che cosa le è rimasto di quella formazione. S’interessa all’architettura contemporanea?

«Non ho un interesse specifico per l’architettura e poi non ho neanche finito la facoltà. Però penso che Architettura sia un’eccellente scuola di formazione: ci si occupa di tante cose, dal disegno ai problemi sociali. Ecco, per me è stato un bel secondo liceo».

Concludiamo con gli operai. Secondo lei se la sinistra vuole tornare a vincere e, soprattutto a governare, cosa deve fare, su chi deve puntare: su Cipputi o su chi?

«Beh, se avessi la ricetta… non so dare una risposta. So però che qualcosa deve fare».