Addio Renato, l'uomo
che reinventò Roma

E' morto a 70 anni. Architetto, inventò l'Estate romana VIDEO, fu deputato con Pci e Pds. Scanzonato e geniale, il ricordo di Gianni Borgna | Domani la camera ardente al Campidoglio | Le reazioni | LEGGI L'ULTIMO SUO ARTICOLO  SU l'UNITA' | FOTOGALLERY dall'archivio storico de l'Unità
Di Toni Jop
5 agosto 2012
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In una piccola lista di esseri umani che dal Dopoguerra ad oggi in Italia hanno modificato la realtà, in senso gioioso, liberatorio, Renato Nicolini ha il suo posto in prima fila. Ne vedo pochi altri, con lui: Renato sta accanto a Franco Basaglia, e la lista è finita. Non è poco, comunque, per un Paese in cui ogni modifica, ogni spostamento reale della materia, ogni ipotesi di riforma concreta è guardata con diffidenza, bollata come arbitraria interferenza nell’ordine delle cose. Non è poco se si pensa che oltre al made in Italy abbiamo esportato nel mondo esattamente la cultura dell’Estate Romana e la legge 180 con cui gli ospedali psichiatrici sono stati finalmente chiusi.

Renato è morto a 70 anni e muoiono tutti troppo presto: è un fatto. L’altro fatto è che mentre se ne vanno non “disturbano” nessuno, approfittando veloci del passaggio di una scheggia spazio-temporale che li separerà dalla scena di cui sono stati protagonisti. Si ricorda, ad esempio, non da oggi con ferma convinzione che Renato Nicolini è stato il creatore dell’Estate Romana. E cioè di quel processo da tempo riassunto da una serie di ben fondate sintesi che recitano, più o meno: «Fu la reinvenzione del concetto di città», «Meraviglioso antidoto al clima degli anni di piombo», «Formidabile programma culturale che spostò gli accenti nella vita di milioni di cittadini».

Questo è lo “standard”, ma lo standard, come tutte le semplificazioni, non dice tutta la verità, che in questo caso è più grande e bellissima: noi, italiani, destra sinistra centro, senza la sua esperienza, non saremmo quel che siamo oggi. Molte nostre azioni avrebbero raggio e senso diversi, alcuni nostri pensieri, molte nostre percezioni non sarebbero le stesse se Renato Nicolini non ci avesse accompagnati alla finestra, e una volta spalancata - sulle rovine di Caracalla - non ci avesse suggerito: il sogno più bello è quello che non hai ancora fatto, guardati dai tuoi sogni di sempre perché facilmente te li hanno iniettati, quindi mettiti al lavoro, conquistati la tua realtà, non c’è sogno più forte.

UN ALLEGRO MALINCONICO
Renato Nicolini era un allegro-malinconico sovversivo che è riuscito a mettere in pratica la sovversione più mite e gioiosa che la vicenda politico-culturale del nostro paese possa annotare. Come Franco Basaglia spalancò le porte del nostro immenso Manicomio Quotidiano, allora sbarrato da altre sanguinose tensioni, e fece tornare milioni di reclusi, standardizzati e isolati, ad una dimensione oggi come allora demonizzata dal merchandising, dal financing, dal successo, dal potere: insieme si può fare, insieme è meglio, insieme è gioia.



Estate Romana o Primavera di liberazione? Squilli di rivolta, quelli di Renato Nicolini, mentre traballavano i vecchi ordini delle cose e una nuova coscienza globale iniziava a incrinarne la violenta solidità. Estate Romana: qualcosa accadeva nelle piazze, fosse musica-teatro-cinema-happening-poesia, organizzava zolle di caos urbano senza mortificarne l’anarchica, indispensabile spontanea mobilità. Le offriva invece un senso collettivo, non aggressivo, come fosse un incrocio perenne aperto e disponibile, un motore di igiene mentale di massa, propulsore di creatività che evadeva, per la prima volta on the road, il precetto del controllo sociale.

Oggi molte piazze d’Italia si chiedono come affrontare la frizione tra i centri storici e le masse di ragazzi che popolano mille movide. E riaffiorano vecchi grimaldelli repressivi: i soli, pare, in grado di garantire non tanto la pace degli abitanti dei centri o men che meno la libertà “gasata” di ragazzi ai quali la vita promette dolori senza prospettive, quanto piuttosto il controllo della situazione; da lì, si pensa come in un conato compulsivo, viene il consenso e cioè, di nuovo, il potere.

Conviene tornare alla strada percorsa da Renato Nicolini quando la sinistra - a Roma con Argan e Petroselli sindaci - era in grado di sposare l’«azzardo», l’«effimero teppismo» di quell’architetto geniale, spesso sopra le righe, intellettualmente rigoroso, lieve e sorprendente come Linus Van Pelt, l’ineffabile eroe di Schultz. Senza quel retroterra culturale, senza quella sinistra spugnosa, capace di assorbire il pensiero critico che sale sempre dal basso, coraggiosa, ispirata, vitale, Renato Nicolini non avrebbe avuto modo di esprimersi. E questa è un’altra verità alla quale proprio Renato teneva molto, perché, oltre a essere onesto e pulito come un panno steso all’aria dopo il bucato, era un compagno, un originale compagno a-sistemico che tuttavia rispettava i sistemi e il Pci era davvero un sistema da rispettare.

Ora, se permettete, riferisco le ultime cose che ci siamo detti al telefono poche ore prima che si facesse portar via da quella scheggia spazio-temporale. Lo devo a Renato, che, con la sua compagna Marilù, è stato negli ultimi quindici anni uno dei miei più grandi amici, e alle persone coinvolte in questa “trascrizione” mai passata agli atti. C’è una notizia tra le virgolette. «Renato, com’è?», «Insomma... ora respiro meglio... anche se il polmone va peggio, non so... ma tu vai su?» «Sì, tu?» «Vediamo come sto, ma ci vediamo qui o lì, no?» «Ovvio, meglio se salite, è più fresco a Merano», «Merano che voglia di tornare... sì dai, senti ma che succede, mi pare che fuori vada meglio, no?» «La politica?» «Sì, la politica. I nostri amici mi pare dicano cose giuste, anche Bersani...», «che novità, Renato! Ne parli bene...», «No-no, quale “bene”! Entusiasmo, Toni, entusiasmo, da giorni non ne sbaglia una e non gliele dà vinte a nessuno dei suoi che lo strattonano sulla legge elettorale e sul resto, e io sono entusiasta... Poi vedremo ma intanto è così... Baci, compagno».

Detto da chi con la dirigenza del Partito democratico era sempre stato implacabile son rimasto senza fiato. Baci, compagno, immagino che il dolore poi passi. Ma chennesò.