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Nora Ephron, o della signora
che agli affari preferì il cuore

nora ephron 640
Di Guia Soncini
28 giugno 2012
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Se dovessi scrivere un trattato sulla stanza dei giochi delle femmine e il suo essere separata da quella dei maschi, dedicherei un capitolo a Nora Ephron e al suo secondo marito Carl Bernstein. Lei diventò famosa con Affari di cuore, bestseller autobiografico in cui raccontava le corna che le aveva fatto lui, quello-del-Watergate. Non a tutte il trucco riesce con quella grandiosità: Affari di cuore diventò un film di Mike Nichols, niente meno, e Nora si vide interpretare da Meryl Streep, «che mi fa meglio di quanto sappia farmi io», diceva – ma tutte quelle che non raccontano guasti presidenziali ma pezzi di vita in prima persona sono grate all’insegnamento di Phoebe.

Phoebe Ephron era una sceneggiatrice, ma soprattutto era la mamma che aveva detto alla Nora piccina la frase fondamentale: «È tutto materiale». Tutti gli amori finiti, le gomme bucate, i vestiti sbagliati. Ogni lacrima è uno strato di ispirazione, e di quel tipo che poi fa dire alle lettrici di tutto il mondo «Sta parlando di me, come fa a conoscermi? ». Era quello – il particolare che più è tale più è universale, il personale che è altissimamente politico – il segreto di Harry ti presento Sally, il film scrivendo il quale diventò ancora più famosa che per le corna di Bernstein: prima o poi, eravamo state tutte Sally, o la sua amica, o addirittura Harry. Far dimettere un presidente ti rende un nome più noto che scrivere film, e abbiamo tutti sentito nominare Carl Bernstein più che Nora Ephron. Ma abbiamo citato le battute di lei, senza saperlo, chissà quante volte, e la messa in onda a coccodrillo di C’è post@ per te o di Insonnia d’amore sarà occasione per immancabili «Uh, ecco da dove viene quella frase».

Tutte abbiamo noraephrismi cinematografici di riferimento. Io sono così fortunata da averne qualcuno non su pellicola. La incontrai per la prima volta nel 2006. Aveva quel genere di stile che, all’antica, definirei «di buona famiglia». Era il tipo di persona che ti dà il suo numero di casa in un’era in cui l’ultima valletta ti chiede di passare dall’ufficio stampa, e lo fa certa di non avere bisogno d’aiuto per tenerti a distanza. Era così di mondo che ci si censurava comunque prima di diventare invadenti, e così cortesemente sbrigativa da farti venir voglia di essere all’altezza della spiccia formazione per cui era tutto materiale, e smettila di frignare.

L’ultima mail l’ho ricevuta il 27 aprile. Stavo scrivendo un articolo sulla gastrocrazia, e mi era venuto in mente che, come un po’ tutto, lei l’aveva detto prima: in Harry ti presento Sally, l’amico giornalista scriveva che «I ristoranti sono per gli anni Ottanta quel che i teatri erano per i Settanta». Le avevo mandato una lunga e contorta domanda sul prevedere (il film è dell’89) lo strapotere dei cuochi, e lei mi aveva risposto «Non è che fosse un’ideona rivoluzionaria, lo dicevano in tanti. Era abbastanza un luogo comune. Un luogo comune da gente con pretese fuori dal comune». Che sarà mai. È tutto materiale.

Quella prima volta, nel 2006, mi aveva spiegato, senza avere l’aria di farlo, più cose del mondo di qualunque altro intervistato mi venga in mente. Che alle cene dei ricchi newyorchesi si parla solo delle quotazioni degli immobili. Che per le donne valgono parametri diversi: che lei avesse fatto un bestseller delle proprie corna era uno scandalo sociale, ma «Philip Roth scrive solo delle sue fidanzate e nessuno se ne lamenta ». Che bisogna scegliere un marito che non diventerà troppo pessimo quando l’amore finirà, perché il divorzio è più tosto del matrimonio e bisogna arrivarci in compagnia di qualcuno all’altezza. Che, soprattutto, ero molto giovane. Me lo disse quando io obiettai che bisognerebbe sposarsi senza prendere in considerazione futuri divorzi, e molte altre volte in conversazioni successive. Me ne sono ricordata ieri, trovando un’intervista della quale neanche mi ricordavo, che le avevo fatto quando aveva scritto una pièce teatrale sui vestiti («Ma tu sei sicura di volermi intervistare per una cosa che in Italia non vedrà nessuno? Mah, se ci tieni...»). Lei diceva di vestirsi sempre di nero, io obiettavo che poi come ci si distingue in un’eventuale vedovanza, lei sbuffava, saggia come chi sa che la morte esiste, ed è tutto materiale: «Quando avrò un grave lutto, almeno non avrò anche il problema di rifarmi il guardaroba».