Addio alla Szymborska, poetessa
dell'ironia: «Poeti? Non da film»

Wisława Szymborska
2 febbraio 2012
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La poetessa polacca Wisława Szymborska, vincitrice a sorpresa del premio Nobel nel 1996, è morta ieri nella sua Cracovia a 91 anni. Autrice di una poesia apparentemente rivolta tutta al quotidiano ma con scarti e immagini in grado di sorprendere e in liriche dal ritmo impeccabile, aveva tra le sue cifre l'ironia verso il mondo, se stessa, i poeti stessi. Un passaggio del suo discorso di ringraziamento per il Nobel sintetizza con efficacia il suo humour: fare film sui poeti è difficile, il loro lavoro non è “fotogenico. Qualcuno sta al tavolo o su un sofa mentre guarda un muro o il soffitto. Ogni tanto butta giù sette righe per cancellarne una 15 minuti dopo e poi passa un'altra ora dove non succede niente. Chi reggerebbe a guardare questa cosa?”. Chiosando su di sé: «Il poeta di oggi è scettico e non si fida: quando scrivo ho sempre la sensazione che dietro di me ci sia qualcuno che legge e mi prende in giro, per questo evito più che posso le parole troppo altisonanti».

L'humor tra l'altro non le è mai venuto meno. E il riconoscimento non ha affatto affievolito la sua vena poetica, come talvolta accade ai premiati. Piuttosto l'ha fatta conoscere fuori dal mondo slavo, anche ai non addetti ai lavori, ha rivelato a chi non la conosceva una donna capacissima di tenere l'attenzione del pubblico durante le letture e una letterata che non temeva di cimentarsi con ogni genere d'argomento se lo riteneva illuminante per la sua poesia. Coglieva dettagli nel quotidiano e non a caso biografi e critici citano le sue esperienze in apparenza eterodosse come l'aver curato a lungo, con la massima precisione e passione, rubriche di vario tipo, anche sul giardinaggio.

Nata a Kórnik il 2 luglio 1923, in grado di vendere molte copie tanto da farla scrivere ironizzando nella lirica “Ad alcuni piace la poesia” scrivendo “che la poesia piace a non più di due persone su mille”. Maestra del paradosso, di una poesia breve ed efficace, umanamente e filosoficamente profonda, Szymborska, ha attraversato il '900 con la Seconda guerra mondiale, la dittatura, i tormenti della Storia, con la capacità di non venirne travolta. 

Nel dopoguerra, dopo un primo libro bocciato dalla censura perché non rispondeva ai principi socialisti, nel 1949, aderì al Partito operaio unito polacco fino al 1960, definendo successivamente un «peccato di gioventù» le prime raccolte del 1952 e del 1954. Redattrice dal 1953 al 1966 del settimanale letterario di Cracovia «Życie Literackie» («Vita letteraria»), al quale ha collaborato come esterna fino al 1981, nel 1957 la raccolta “Appello allo Yeti” le dette il successo letterario. E si distanziò nettamente dall'ideologia ufficiale. Per l'Italia il suo traduttore principale è il da poco scomparso Pietro Marchesani.