Addio a Saverio Tutino
il «barracuda» della storia

La rivoluzione cubana, il passato da partigiano, i reportage per l'Unità, l'avventura dei Diari. Inquietudini e passioni di un grande interprete del Novecento.
Morto saverio Tutino
Di Giorgio Frasca Polara
29 novembre 2011
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È morto Saverio Tutino, giornalista, scrittore e fondatore dell’Archivio Diaristico Nazionale. 88 anni, era stato ricoverato per un ictus alla Clinica San Raffaele. La camera ardente è aperta oggi presso la stessa clinica, in via della Pisana 235, Roma.

I lettori de l’Unità furono i primi, in Italia, a vivere l’avventura di Fidel e del Che a cavallo degli anni Cinquanta-Sessanta del ‘900. Lo devono a Saverio, straordinario inviato che chiese a questo giornale di seguire dappresso l’impresa - a lungo gloriosa - della liberazione da parte dei barbudos dell’Havana, capitale allora della mafia americana e del gioco d’azzardo, e dell’intera Cuba, dal giogo di Fulgencio Batista e degli Usa. Saverio ci mise, nel raccontare quell’avventura, lo stesso piglio, lo stesso entusiasmo, la stessa cura con cui, prima di dedicarsi al giornalismo, entrò nelle formazioni partigiane della Val d’Aosta e del Canavese - Nerio era il suo nome di battaglia - diventando giovanissimo e coraggioso commissario politico di una brigata Garibaldi e poi della divisione garibaldina «Aosta». Poi, con la Liberazione, il trasporto per il giornalismo militante: al Politecnico di Vittorini i primi passi, poi Vie Nuove, quindi l’Unità (prima a Parigi, poi appunto a Cuba) e infine Repubblica, dove lavorò dalla fondazione nel 1976 e dove Eugenio Scalfari lo spedì daccapo in America Latina.

E non a caso: con mille esperienze da inviato e da corrispondente (l’indipendenza algerina, la Cina post-rivoluzionaria, la Spagna, la Francia), il binomio Tutino-Cuba è ancora oggi essenziale per ogni ricerca sulla rivoluzione castrista sulla base di tre suoi libri: Gli anni di Cuba, L’Ottobre cubano, Guevara al tempo di Guevara. E proprio a causa di Cuba il rapporto con il Pci, a cui si era iscritto nel 1944, si era incrinato alla fine degli anni sessanta: lui che a lungo considerò l’Havana la capitale di un terzo polo della politica internazionale ed il partito che (sua intervista al Corriere, del 1994) «mi rimproverò di essere troppo innamorato di Cuba. Allora mi arrabbiai, oggi riconosco che avevano in gran parte ragione. Uscirne è stata un’avventura difficile, sofferta», tanto più che lui si considerava «forse il maggiore responsabile della creazione del mito cubano in Italia: mi sono sbagliato e ho pagato questo sbaglio... Ma tra tanti difetti, bisogna riconoscere a Fidel Castro di essere un politico di notevole calibro».

E intanto, sempre inquieto e sempre appassionato alle vicende umane, aveva fondato a Pieve Santo Stefano (Arezzo) l’Archivio Diaristico Nazionale che ha animato sino all’estate scorsa e che ha sin qui accolto quasi diecimila scritti autobiografici di italiani. Sulla scia di questa straordinaria esperienza anche Saverio aveva affiancato ad una ricca produzione di racconti, di saggi e di ricerca storica anche l’autobiografico L’occhio del barracuda, una cavalcata dalla Serra di Ivrea, dov’era stato comandante partigiano, alla Sierra Maestra, dov’era tornato per ripercorrere i sentieri della guerriglia di Castro, passando prima per la Cina appena conquistata da Mao e poi per la Francia in lotta per impedire la libertà dell’Algeria. Il barracuda è un pesce tropicale capace di guardare sopra, sotto, dietro. È il ritratto di Saverio, compagno sempre curioso, sempre generoso, sempre presente.