Addio a Lucio Magri, l'eretico
che volle restare comunista

Di Bruno Gravagnuolo
30 novembre 2011
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Che fa Lucio Magri? «Sta studiando Il Capitale...». Una battuta che circolava negli anni 70, dopo la sua radiazione dal Manifesto, e che udimmo da un eminente dirigente Pci scomparso, a significare astrattezza e intellettualismo. In realtà un giudizio riduttivo e ingiusto. Perché Magri, come ha scritto Napolitano al Manifesto svolse «un ruolo di rilievo nella politica italiana, dando prova di talento e spirito indipendente». E poi Magri scomparso suicida ieri l’altro in Svizzera a 79 anni, era tutt’altro che uomo avulso dalle cose. Era un dirigente politico e un uomo di cultura che faceva della coerenza esistenziale e dell’unità tra fare e pensare un tutt’uno. Sempre e all’estremo.

VIDEO l ricordo di D'alema alla Camera

Di questo ci parla la sua morte, la scelta di morire in un certo modo. Meditandola. Avvisando gli amici e i compagni, che ne hanno atteso la notizia - paventata ed esorcizzata fino all’ultimo - nell’abitazione stessa di Magri. Che a sua volta aveva provveduto in anticipo al suo funerale e al dopo (riposerà a Recanati, accanto alla moglie Mara, che lo ha preceduto per un tumore). Dunque, suicido assistito in Svizzera e decisione di non voler sopravvivere, in un mondo che lo aveva sconfitto politicamente e che Lucio Magri non voleva più «abitare», reputandolo intollerabile. Morte annunciata, che è stata un messaggio politico, tragico. Una sorta di auto-affermazione esistenziale - favorita dalla scomparsa della moglie che amava molto - ma pagata con il prezzo estremo, liberamente scelto. Che lascia attoniti e che merita rispetto. Magri forse ha inteso attribuirle una specie di carattere riassuntivo: scomparsa testimoniale dopo la grande battaglia perduta e la perdita di chi gli era più caro.

E allora, nel ricordarlo, vediamo la sua vita e la sua battaglia, tra coerenza e paradossi.

Ferrarese nato nel 1932, cresce a Bergamo e fa i suoi esordi politici nel mondo cattolico. Negli anni 50 lavora a Per l’azione, foglio «anticapitalista» dei giovani Dc, insieme a Giuseppe Chiarante, compagno di scuola e amico parallelo espulso anche lui dalla Dc, dopo la fronda anti-atlantica e «anti-anticomunista» di tanti di quei giovani Dc. Poi lavora al Ribelle, dove bocciata la «legge truffa», critica il centrismo bloccato della Dc, auspicando un’apertura a Psi e Pci.

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