Una domenica bestiale, una domenica in 3D. È tutto compressa e intruppata in una lunga giornata cinematografica la volontà della Berlinale di andare a passeggiare nelle ultime sperimentazioni legate alla “terza dimensione” dello sguardo. E allora occhialini d’ordinanza, spacciati ai tavoli ai bordi delle sale, e via per un tunnel visivo che incolla uno dopo l’altro nomi pesanti del cinema d’autore contemporaneo. E se il debutto al mattino apre le porte più classiche e corroborate (se così si può dire) all’animazione di un maghetto francese del campo come Michel Ocelot con il suo “Les contes de la nuite”, aspettative e curiosità maggiori si sono raggrumate al pomeriggio per il tandem di alfieri tedeschi, prima Wim Wenders poi Werner Herzog e per i loro diversi tentativi di slogare la grammatica tridimensionale verso tentativi di rappresentare/documentare altre esperienze artistiche. Il primo con il lavoro-omaggio, dedicato alla grande danzatrice-coreografa Pina Bausch e realizzato attraverso lo sforzo congiunto della storica compagnia di Wuppertal (nella foto, il cancelliere Angela Merkel assiste con occhialini 3D alla prima). Il secondo, Herzog con “Cave of Forgotten Dreams”, incuneandosi in solitaria nelle grotta Chauvet, nel sud della Francia, dove nel 1994 sono stati ritrovate le più antiche pitture rupestri del mondo. Sfide nelle sfida, insomma, che hanno portato, come logica impone, a esiti molto disuguali. Ma andiamo con ordine e partiamo dal contributo di Ocelot. Che con la sua animazione, giocata sulle sagome d’ombra secondo gli stilemi più vecchi e classici stile Lotte Reiniger, usa il 3D unicamente per alimentare le fantasmagorie degli sfondi scenografici. Ripasso da lanterna magica per una trama semplicissima: a far da cornice, un cinema diroccato dove i giovani protagonisti di notte attraversano d’incanto lo schermo e diventano protagonisti di favole sballottate tra città d’oro azteche, cattedrali gotiche medievali, villaggi da savana africana. Esplosione da mille e una notte, salvo che qui non c’è Sherazade che rischia la vita, ma soltanto lo spasso notturno di un lavoro che si sazia un po’ nella sua ripetitività a capitoli. Diverso il discorso per Wenders che con “Pina” riesce invece a dare un’inedita profondità al palcoscenico, restituendoci l’impatto del teatro-danza del gruppo della Bausch con straordinaria tattilità. Corpi gettati plasticamente nell’immagine che allargano le strette di un teatro, debordando all’aperto negli spazi urbani di Wuppertal, tra metropolitane sopraelevate, cunicoli profondi, fontane pubbliche e scarpate abbandonate. Il tutto per cerchiare un ricordo-omaggio alla Bausch che intervalla a piani fissi i ricordi dei ballerini poliglotti della compagnia, svolazzando qua e là nelle immagini d’archivio degli spettacoli storici come “Caffè Müller”. Si appoggia invece ai crismi documentaristici di un’avventura sotterranea l’esperienza unica con cui Herzog ci fa penetrare nella grotta Chauvet, altrimenti vietata al pubblico, proprio perché il respiro umano degli “invasori” potrebbe modificare il tasso di umidità nell’aria e danneggiare il patrimonio di 400 opere rupestri risalenti a più di 30000 anni fa. E quindi, luce al minimo e camera a mano per esplorare anche qui, attraverso la plasticità che conferisce il 3D, quel guazzabuglio di pitture parietali che, dopo una serie labirintica di gallerie, “ondeggiano” sui rilievi concavi delle rocce. Mondi visivi spiazzanti fatti di orsi, leoni, mammut non ancora scissi dall’universo umano e allacciati a simboli di un alfabeto spirituale impossibile da ricostruire nella propria pienezza. Al tuffo rallentato e strabiliato in queste prime forme di comunicazione figurativa fa da contrappunto didascalico la volontà di Herzog di affidarsi a un grappolo di specialisti che si arrovella nel tentativo – talvolta manicale al limite del buffo – di voler ricostruire a brandelli il contesto di vita paleolitico: odori, strumenti musicali e armi, tutte cose che nemmeno il 3D può far resuscitare.