È uno dei film più attesi dell’anno. Non solo in Italia. «Stanno arrivando richieste di diversi uomini politici tedeschi che vogliono assistere alla proiezione, a Berlino. C’è curiosità». A parlare è Daniele Vicari, regista di "Diaz", il film sul G8 di Genova che rappresenterà l’Italia al Filmfest nel prestigioso «Panorama». Biglietti già esauriti: è, come la «Quinzaine» di Cannes, una sezione dove giornalisti e invitati si mescolano al pubblico pagante. Visioni sempre «calde», sentite, coinvolgenti. Sarà affascinante vedere " Diaz" in un simile contesto. Anche perché la storia, rovente e controversa in Italia, risulterà tutt’altro che neutra anche in Germania: «Quella notte, nella scuola Diaz di Genova messa a ferro e fuoco dalla polizia, su 90 persone presenti c’erano 65 stranieri. E fra questi, una quarantina erano tedeschi».
È questo il tema che ci interessa oggi, alla vigilia del festival. L’irruzione dei poliziotti alla Diaz, con le violenze che seguirono su ragazzi inermi - altro che i Black Bloc -, è un pezzo cruciale della storia d’Italia: una sospensione della democrazia, una notte «da dittatura» che persino ad un rappresentante delle forze dell’ordine strappò la famosa definizione di «macelleria messicana» (citata in un altro film attualmente sugli schermi, "Acab" di Stefano Sollima). Ma cosa ha voluto e vorrà dire raccontare quella notte a chi italiano non è? È un problema che Daniele Vicari affronterà a Berlino, a cospetto della stampa internazionale; ma che ha già affrontato prima e durante le riprese, con i co-produttori francesi e romeni, con i molti attori non italiani, con gli stunt-men romeni coordinati da un maestro italiano del mestiere, Angelo Ragusa. Ed è ciò che gli chiediamo, alla vigilia di Berlino, di raccontarci. La Diaz raccontata agli stranieri. È stato difficile, Daniele?
«Fin dai primissimi giorni della preparazione eravamo preda di un dubbio atroce: ci crederanno? Non solo gli spettatori, ma anche coloro che il film dovevano farlo, assieme a noi italiani. Mi sono premunito in due modi. Il primo è di metodo: nel film non c’è una battuta, una frase, un gesto che non vengano dalle oltre 10.000 pagine di documenti processuali che mi sono letto in due anni di scrittura del copione. Il secondo è stato strategico: ho preparato un video di 15 minuti ad uso “interno”, con tutti i dati necessari (numero dei feriti, numero dei poliziotti coinvolti…) e una selezione delle tante immagini girate a Genova in quei giorni, tutte reperibili in internet. Soprattutto quelle filmate da un ragazzo che si era nascosto sul tetto di un palazzo davanti alla Diaz, e che aveva girato l’arrivo e l’irruzione della polizia. Una docu-fiction esplicativa, un promo del film per far capire che ci accingevamo a raccontare una cosa vera, non forzata né tanto meno immaginaria. Alcuni stranieri sapevano, ma non immaginavano a quali vertici di brutalità si fosse arrivati. Altri, soprattutto in Romania, ignoravano tutto: avevano altri problemi, nel 2001. Al termine di questo lavoro è però risultato chiaro che la Diaz, e il G8 di Genova in generale, non è una vicenda solo italiana. Per l’Italia è uno snodo storico, perché quella notte si rompe un patto consolidato fra i cittadini e le istituzioni. Comincia la strada che ci ha portato ad una crisi che non è soltanto economica, ma anche istituzionale. Ma poniamoci una domanda: nei giorni successivi, per molte ore, alcuni cittadini di paesi della Comunità europea scompaiono letteralmente nel nulla, senza che le loro famiglie vengano avvertite, senza che ci siano accuse precise nei loro confronti. In altri momenti questo avrebbe comportato problemi diplomatici enormi. Perché non succede? Perché la vicenda è più grande dell’Italia stessa. Perché tutto il mondo sta prendendo una piega che diventerà evidente due mesi dopo, l’11 settembre 2001. Pochi sanno o ricordano che in quei giorni, nel porto di Genova, c’erano i missili Patriot puntati verso il cielo. Era un’atmosfera pre-bellica, che dopo l’attentato alle Torri diventerà bellica. L’azione alla Diaz è stata una repressione del dissenso. Un tema universale, tanto più grave nel momento in cui avviene in un Paese cosiddetto democratico».
I BRAVI STUNT-MEN ROMENI
A cose ricordate, o imparate, il coinvolgimento emotivo di attori e tecnici è stato totale? «Sì. Aggiungerò che un simile film non si poteva fare senza la partecipazione anche ideale di tutti. È stato un criterio del casting, assieme al talento e alla giustezza delle facce. Vorrei spendere una parola per gli stunt-men romeni. Si sono documentati, hanno studiato i movimenti della polizia, le armi e il modo in cui venivano usate, si sono visti tutti i video che mostravano gli agenti in azione. Da lì sono partiti per ricostruire le violenze avvenute dentro la scuola. La violenza, nel film, è un personaggio. E senza la passione degli stunt-men non saremmo arrivati a un simile risultato».