A Berlino con Irons e Spacey

Al festival di Berlino va di scena “Margin Call” di J.C. Chandor con Kevin Spacey, Jeremy Irons, Demi Moore e Stanley Tucci.
Margin Call
Di Lorenzo Buccella
11 febbraio 2011
A - A
Una sorta di “fuori orario” con vista su Wall Street. Ovvero la lunga notte in cui i titoli tossici in borsa corrono sul filo di un crack imminente. E come vuole lo spartito più tradizionale della Berlinale, il concorso al primo giorno piazza subito una pellicola che si affaccia sui garbugli più lividi del presente.

A costruire questo film, “Margin Call”, che sembra porsi come una specie di “alter-ego” del secondo “Wall Street” di Oliver Stone, è un regista debuttante americano, JC Chandor capace di convogliare sul proprio set un parterre di attori-broker che rispondono ai nomi di Kevin Spacey, Jeremy Irons, Demi Moore e Stanley Tucci.

Il tutto per andare a bucare la recente crisi finanziaria del 2008 attraverso il crescente incalzare di un thriller che s’incunea negli uffici da grattacielo durante le ore notturne. E se l’argomento sembrerebbe imporre per statuto voci concitate, adrenalina a go-go e frenesia isterica, qui tutto si snocciola invece nell’impotenza nervosa di una lunga attesa che si consuma tra meeting rinnovati di ora in ora fino all’alba in cui l’unica variazione è l’aumento del numero di partecipanti. Già, perché il punto di partenza sta proprio nella consapevolezza di questa fine che piano piano contagia le “teste grosse” di un’importante banca d’investimento di New York, talmente esposta nei titoli tossici da trovarsi a poco meno di 24 ore dal proprio baratro. Chi lo intuisce per primo è un analista finanziario, Eric Dale, il primo peraltro a far le spese del riassetto generale della banca e quindi avviato come tanti altri suoi colleghi a uscire, licenziato a inizio film, con il proprio scatolone bianco in mano. Da lì, in poi, scoperto il grave impatto dell’esposizione pericolosa, non succederà nient’altro se non la claustrofobia sospesa di una fine prossima che come vuole il cinismo da bibbia finanziaria non può che essere un nuovo inizio.

Il labirinto di corridoi, sale riunioni, gabinetti, unito ai momenti dei pasti frugali davanti ai monitor che rimangono fissi sul piano e non si spostano di un millimetro, finisce così per trasformarsi in un tunnel psicologico in cui si riverberano egoismi e crisi di coscienza. Tutto finché il big boss (Irons) arrivato con l’elicottero non trova la via più sprezzante per risvoltare l’inghippo, scaricando a perdita minima di guadagno la tossicità dei suoi investimenti su tutti i suoi più fidati clienti. Soluzione finale a tono con il tratto pessimista di un film che a differenza di quello di Stone non crea personaggi-vampiri come Gordon Gekko, simbolo romantico del “male finanziario” in tutti i suoi aspetti più paradigmatici, ma al contrario, tra convertiti del giorno dopo e recidivi da il guadagno-prima-di-tutto, cerca di spiaccicarsi in una coralità amara di personaggi, senza picchi né cadute.