Travolti dall’inerzia

Di Pietro Greco
26 ottobre 2011
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No, non era ineluttabile che il nubifragio che si è abbattuto in Liguria e nell’alta Toscana causasse tanti morti, tanti dispersi e tanti danni. Erano morti (e dispersi e danni) evitabili. Da tempo sappiamo che non solo quella zona d’Italia, ma il Paese intero è esposto al rischio. Che il 70% dei comuni della penisola è da sempre interessato a fenomeni di dissesto idrogeologico.
Ogni anno, in media, in questi Comuni si verificano ben 1.200 frane e 100 inondazioni rilevanti, quasi tutte concentrate in un’area che copre il 7,1% della superficie del Paese. Raramente queste frane e queste inondazioni bucano il muro dell’attenzione. Eppure si tratta di eventi molto spesso tragici. Ogni anno, infatti, muoiono decine di persone a causa di questa fragilità: circa sei ogni mese, in media, nell’ultimo secolo e mezzo. Così, dal 1853 al 2003, secondo i calcoli della Federazione italiana di scienze della terra, il dissesto idrogeologico si è portato via oltre 11.000 vite: 4.000 per il tramite di inondazioni e 7.000 per frane.
Molte di queste morti erano evitabili. Perché ne conosciamo le cause. Che sono diverse e stratificate nel tempo. Ci sono quelle antiche, come la fragilità del territorio. Ci sono quelle di medio periodo, come la forte e incontrollata antropizzazione di alcune zone (soprattutto a valle) e il forte e incontrollato abbandono di altre zone (soprattutto a monte). Ci sono quelle recentissime: l’aggressione al territorio favorita da mille condoni. Ci sono quelle che durano nel tempo, come la mancanza di cultura della prevenzione. Una mancanza presente a ogni livello (anche se con diverse responsabilità): di governo e di istituzioni locali. E anche, occorre dirlo, di noi cittadini.
Se vogliamo onorare le morti evitabili delle scorse ore in Liguria e le migliaia di morti evitabili per dissesto idrogeologico degli ultimi centocinquant’anni occorre chiedersi cosa possiamo fare per attenuare il rischio. Tenuto conto che lui, il rischio, molto probabilmente si ripresenterà nel nostro prossimo futuro con maggiore frequenza e aggressività, perché - come ha ricordato Giorgio Napolitano ieri - sono in atto cambiamenti climatici che renderanno più frequenti anche alle nostre latitudini alcuni fenomeni meteorologici estremi.
Non illudiamoci. Non esiste una bacchetta magica per azzerare, da un giorno all’altro, il rischio. Esistono però una serie di strumenti diversificati che possono consentirci di attenuarlo nel corso degli anni. In primo luogo, occorre che la consapevolezza del rischio diventi senso comune. Se questa coscienza non diventa radicata e diffusa, difficilmente riusciremo a frenare l’aggressione al territorio e a costruire una efficace cultura della prevenzione del rischio. Difficilmente riusciremo a evitare altri morti per alluvione e/o per frana. Occorrono poi le azioni specifiche a opera delle istituzioni pubbliche. Si calcola dal dopoguerra a oggi le sole frane abbiano causato danni per oltre 50 miliardi di euro. In media 800 milioni l’anno, saliti negli ultimi lustri ad 1,2 miliardi l’anno. Il ministero dell’Ambiente stima che, per minimizzare il rischio da disseto idrogeologico, occorrerebbero investimenti per circa 40 miliardi di euro (ma il governo li ha ridotti per il 2012 da un miliardo a zero). Altri sostengono che ne basterebbero dieci volte meno, se l’azione venisse ben coordinata.
Ecco, dunque, un punto cruciale per il programma di crescita (ma sarebbe meglio dire di autentico sviluppo sostenibile) di un nuovo governo. Una “grande opera” da realizzare: investire 4 o 5 miliardi l’anno (magari con l’Ici o una patrimoniale sulle case, in particolare quelle abusive) per almeno 5 anni per contrastare il dissesto idrogeologico. L’investimento consentirebbe di evitare molte morti e di risparmiare sui danni da frane e alluvioni. Consentirebbe di creare nuove e numerose occasioni di lavoro. E, se realizzato prevedendo il concorso della comunità scientifica, consentirebbe di sviluppare nuove tecnologie e nuovi processi che potremmo esportare all’estero: proprio perché i cambiamenti climatici nel prossimo futuro determineranno un aumento del rischio idrogeologico un po’ ovunque nel mondo.