Fronte comune per i trattati di Paolo Soldini

Di Paolo Soldini
3 gennaio 2012
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Sarà dopodomani il giorno della verità per la riforma dei Trattati Ue? Per venerdì, a Bruxelles, è convocato il primo incontro dedicato a un esame comune degli emendamenti al progetto di accordo internazionale preparato dagli sherpa tedeschi e francesi in pedissequa trascrizione dei desiderata della cancelliera Merkel e di Nicolas Sarkozy. I rappresentanti del Parlamento europeo si presenteranno con un pacchetto di modifiche sul quale sono intenzionati a dare battaglia cercando la sponda della Commissione Ue, che ieri ha fatto sapere di aver presentato anch’essa un certo numero di emendamenti, e di qualche governo.

L’obiettivo minimo dei rappresentanti del parlamento è impedire che lunedì 9 la cancelliera e il presidente francese, nel loro ennesimo vertice a due convocato a Berlino, possano considerare acquisito un consenso, anche di massima, sulla struttura del draft imposto alla discussione, in modo tale da prepararne una prima adozione formale per il Consiglio europeo fissato al 30 gennaio.
Sui contenuti delle proposte di modifica non ci sono state, nelle ultime ore, grandi novità. Il Parlamento ha una posizione molto dura, tanto da far balenare, persino, una specie di “sciopero legislativo” se i governi non terranno conto delle obiezioni fondamentali. I punti dello schema d’accordo più contestati sono l’idea di fissare a un ventesimo ogni anno le riduzioni del debito nei paesi più esposti e l’obbligo dell’iscrizione nelle Costituzioni nazionali del pareggio di bilancio.

Più in generale le obiezioni riguardano non tanto il rigore, quanto il fatto che alle misure per garantire la disciplina non si accompagnino in alcun modo indicazioni sulla necessità di far riprendere la crescita o, quanto meno, di non aggravare i rischi di recessione. Fonti parlamentari, in particolare, sottolineano l’insensatezza di un piano di rientro dal debito che preveda la riduzione di un ventesimo l’anno della quota eccedente il 60%. Per i paesi con un debito pesante, come l’Italia, significherebbe diversi anni di seguito di manovre durissime, che schiaccerebbero inevitabilmente l’economia su una recessione per così dire programmata.

E’ proprio tenendo conto di queste obiezioni che, come ha scritto nei giorni scorsi il Financial Times, i leader dei principali partiti del Parlamento europeo (Socialisti e Democratici, Popolari, Liberali e Verdi) avrebbero elaborato una road map che porterebbe all’introduzione di un principio di condivisione del debito e, soprattutto, a strumenti comuni per favorire investimenti e ripresa. Non si tratterebbe “immediatamente” dei cosiddetti eurobond, che restano un concetto assolutamente tabù per i tedeschi (e anche per Sarkozy, messo in riga sull’argomento dalla cancelliera).

La road map dovrebbe creare piuttosto “le condizioni istituzionali, economiche e politiche” perché i paesi dell’euro possano mettere in comune parte del loro debito sovrano a condizioni fissate prima e molto severe. Si tratta di vedere se una simile “gradualità garantita” potrà essere accettata da Berlino.

L’altro grosso capitolo di discussione sarà il metodo con cui si va alla riforma. Il parlamento cercherà di sconfiggere l’idea franco-tedesca del metodo rigidamente intergovernativo. A difesa del metodo comunitario il leader del gruppo liberale Guy Verhofstadt ha sostenuto, in un’intervista, che si potrebbe creare un fronte comune insieme con la Commissione europea, la presidenza del Consiglio e “diversi governi”. Verhofstadt ha citato quelli di Belgio, Polonia e Italia.