La Germania è nuda

Di Paolo Guerrieri
14 gennaio 2012
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Angela Merkel ha detto di non essere sorpresa dalla decisione di Standard & Poor’s di declassare mezza Europa.

E ha invitato tutti i paesi europei, come risposta, ad accelerare i tempi dell’approvazione del nuovo patto di bilancio unitamente al varo del fondo permanente (Esm) che dovrà sostituire l’attuale Fondo salva stati. È come dire che la strategia adottata fin qui va bene e si tratta solo di affrettarne i tempi. Ma le cose non stanno così, purtroppo, e l’impressione è che la Merkel stia pericolosamente sfidando il fuoco della crisi nell’illusione, infondata, di poterlo domare.
Indubbiamente si possono – e per molti versi si devono - nutrire pesanti dubbi sulle agenzie di rating. Anche per ciò che hanno combinato prima e durante la crisi finanziaria. E che poco o nulla sia cambiato da allora è l’ennesima conferma degli scarsi interventi messi in campo per regolamentare i mercati finanziari. Ma è altrettanto innegabile che la decisione di S&P abbia messo a nudo un problema sotto gli occhi di tutti: la crisi del debito europeo è ancora molto grave e mancano, tuttora, strumenti di intervento e soluzioni all’altezza della sfida.

Nell’attuale fase, la crisi non investe più solo i debiti di alcuni Paesi in difficoltà, ma tutta la zona euro. I tassi di interesse aumentano non solo perché alcuni Paesi sono considerati meno solvibili, ma anche perché la moneta europea è considerata meno affidabile. È un cambiamento radicale rispetto a un anno fa e avrebbe richiesto risposte altrettanto radicali. Che non sono venute, se non col lancio nel dicembre scorso del patto fiscale (fiscal compact), che pretende di offrire una soluzione attraverso regole di bilancio rafforzate e sanzioni quasi automatiche. Sono meccanismi che una volta ratificati non contribuiranno a risolvere la crisi. Aiuteranno, semmai, a ridurre il rischio in futuro di nuove crisi.

A breve termine, il problema chiave resta il contagio e quindi le misure di liquidità da utilizzare per evitare il collasso dei mercati dei titoli sovrani di molti membri dell’euro. I Paesi più in difficoltà – come Spagna e Italia - anche se caratterizzati da fondamentali relativamente solidi, sono particolarmente vulnerabili a repentini mutamenti della fiducia dei mercati proprio perché membri dell’area euro. È come se si dovessero indebitare in valuta estera. E ciò per il veto imposto alla Bce di esercitare un ruolo di acquirente e prestatore di ultima istanza, al pari di quanto fanno in questa fase altre banche centrali di grandi paesi. È vero che anche la Bce effettua acquisti e vendite di titoli sovrani sui mercati secondari, ma lo fa su scala ridotta e dichiarando ogni volta che smetterà di farlo quanto prima. I rischi di contagio finiscono così per assumere natura sistemica e possono generare effetti potenzialmente devastanti per l’intera area euro, viste le dimensioni dello stock di debiti italiano e spagnolo.
In queste condizioni aver creato il Fondo salva stati (Efsf) è stata un’innovazione utile. Ma i mezzi liquidi messigli a disposizione per intervenire, anche tenendo conto dei nuovi potenziali prestiti del Fmi, non sono affatto sufficienti. Lo stesso vale per il meccanismo permanente (Esm), che dovrebbe essere varato a metà 2012. Servirebbe un consistente aumento di tali dotazioni, altrimenti l’unico altro rimedio è che la Bce possa realizzare acquisti su ampia scala di titoli sovrani. Ma la Germania ha per ora risposto no a entrambe le opzioni, eccezion fatta per una più recente vaga dichiarazione di disponibilità sul Fondo salva stati che nessuno è riuscito a capire.

A oggi l’unico dato concreto è l’incombente recessione in Europa e la spirale verso il basso in corso nei paesi più indebitati – tra cui il nostro - per cui il processo di aggiustamento fiscale spinge verso una fase recessiva, riduce le entrate fiscali dell’economia e rende necessari ulteriori aggiustamenti dei conti. È evidente che interrompere questo circolo vizioso è estremamente difficile in assenza di strategie europee adeguate.

In definitiva, non esiste solo una crisi del debito sovrano europeo ma una vera e propria crisi di governo europeo, tenuto conto delle non risposte e/o risposte sbagliate fin qui date da un’ Europa dominata dalla Germania e dalla sua forza economica, di gran lunga superiore oggi a quella di qualsiasi altro Paese europeo. Un dato di fatto che ha modificato nel profondo i meccanismi di decisione dell’Ue. In queste condizioni si può solo sperare di guadagnare tempo. Almeno finché Italia e Spagna ce la faranno a far sottoscrivere i loro titoli sovrani. È vero che i costi di queste emissioni, in particolare per i titoli a medio e lungo termine, restano elevati, ma si può resistere per un periodo anche prolungato. Soprattutto contando sulla ulteriore liquidità che la Bce metterà a disposizione delle banche. Certo nell’incombente minaccia che qualunque evento imprevisto o incidente di percorso possa far deragliare l’intero convoglio. Qualche novità potrebbe venire dal prossimo vertice a tre, il 20 gennaio a Roma, se Sarkozy e Monti riusciranno a convincere la Merkel a smettere di giocare col fuoco e a imbracciare finalmente un potente estintore. C’è da augurarselo.