<< precedente | successivo >>

Il modello italiano non c’è più. La crisi impone un salto di sistema

Di Nicola Tranfaglia
16 gennaio 2012
A - A
È facile, di fronte a due nuovi rapporti sull’Italia di oggi, quello annuale (n.23) dell’Eurispes e il quinto Rapporto dell’Associazione dei manager, patrocinato dall’università Luiss e dal Fondo dirigenti d’industria, mostrare il proprio pessimismo (o essere addirittura molto pessimisti) di fronte alle condizioni del nostro Paese e ancor di più su quello che ci attende nei prossimi anni.

Ma - a leggere con la necessaria attenzione le oltre mille pagine complessive dei due documenti e a cercare di coglierne il significato profondo confrontandolo con il passato recente del nostro Paese e con la sua attuale collocazione nell’Europa dei 27 e nel mondo - si può e, a mio avviso, si deve passare dal pessimismo più nero a una condizione più problematica e tale da lasciare aperte alcune speranze non piccole di cambiamento e di riscatto nazionale.
Subito vale la pena dire - come emerge dalla considerazione iniziale del Rapporto - che «nelle giovani generazioni ma anche nei lavoratori con maggiore esperienza, è presente un enorme serbatoio di professionalità, unito a un alto potenziale di creatività e di spirito di intrapresa, che non riescono a trovare occasioni e modalità per esprimersi al meglio. In tal senso, una delle prime responsabilità delle èlite è proprio quella di individuare i canali attraverso i quali valorizzare questo patrimonio di competenze».

Insomma, afferma a ragione il Rapporto, «la nostra classe dirigente è chiamata a favorire la creazione di un “ecosistema” in grado di garantire i necessari processi di accumulazione e moltiplicazione della conoscenza per massimizzarne gli effetti positivi sull’economia e sul tessuto sociale di riferimento. Pertanto sono necessari meccanismi che consentano di fissare obiettivi sfidanti, premiare merito e competenze senza dimenticare socialità e pari opportunità».
Sono compiti di grande difficoltà (così come viene fuori da uno studio a cui hanno lavorato esperti italiani e stranieri di notevole rilievo, tra i quali un assiduo studioso del nostro Paese come Marc Lazar) ma che faranno tremare chi dovrà compiere le scelte decisive nei prossimi mesi e anni se non si affronteranno, con forza adeguata, i nodi essenziali che hanno condotto l’Italia alla crisi insieme economica, morale e politica che l’affligge da quasi vent’anni e che riguardano anzitutto il modello di sviluppo realizzato a partire dalla fine della seconda guerra mondiale.

«Quel modello - afferma fin dalle prime pagine lo studio dell’Eurispes che pure non è sempre d’accordo con il documento della Luiss - dopo aver conseguito risultati straordinari, si è semplicemente esaurito perché si sono modificate tutte le ragioni di scambio sui mercati internazionali. Il modello italiano era una variante originale e autoctona del capitalismo occidentale, adattato genialmente alla realtà di un Paese che non possedeva una ricchezza economica e che è sprovvisto di materie prime. Ora, dal momento che questo vecchio sistema non regge più, partendo da un’indispensabile operazione verità, bisogna pensare a una nuova prospettiva». «Ma - avverte subito il presidente dell’Eurispes - purtroppo questo problema non trova spazio nell’agenda della politica come non sembra che si rifletta ancora adeguatamente sulla necessità di non scaricare direttamente sulle famiglie italiane una parte del debito pubblico, senza aver eliminato gli sprechi a danno delle finanze pubbliche e ridotto drasticamente i costi, diretti e indiretti, della politica».

L’una e l’altra operazione - come emerge con chiarezza dai due rapporti stilati entrambi alla fine dello scorso anno - non riescono ancora a penetrare allo stesso modo nelle due parti fondamentali dell’attuale schieramento politico e rischiano di essere rinviate quando invece l’urgenza è massima per evitare il peggio. Ma non c’è tempo da perdere. Il 54,7 per cento degli italiani non riesce ad arrivare alla fine del mese, o almeno alla quarta settimana. Sul risparmio prevale il più grande pessimismo, rischia di crescere l’astensionismo elettorale, oltre che le croniche disuguaglianze tra uomo e donna, giovani e vecchi, meridionali e settentrionali. Insomma, urgenza di provvedere è la parola d’ordine. Ma come si fa a costruire una nuova classe dirigente, se le diagnosi, non degli studiosi ma dei politici, resteranno così lontane e poco comunicanti? In questo senso, il 2012 si presenta come un anno davvero decisivo per le scelte dell’Italia.