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Giustizia oltre il Cav

Di Luigi Manconi
28 gennaio 2012
A - A
Non si deve consentire, penso, che i fantasmi che tutt’ora inseguono Berlusconi (Donald David Mackenzie Mills, Ruby Karima e non so chi altri) continuino a invadere i pensieri e a condizionare i comportamenti del centrosinistra. Non si deve consentire, penso, che l’alterazione indotta dall’anomalia-Berlusconi, si riproduca all’infinito.
Non si deve consentire, penso, che l’alterazione rovinosa indotta dall’anomalia Berlusconi, e dai suoi molti reati, nell’ordinamento e nel sistema di rapporti tra politica e giustizia, si riproduca all’infinito come emergenza perenne. Finalmente giudichino i giudici. In caso contrario, quel Berlusconi ridimensionato e terreo in volto, accompagnato da avvocati ormai nevrastenici, avrebbe la sua rivincita: otterrebbe di irrigidire quel sistema che ha deformato, per tutelare i propri privati interessi, in una smorfia permanente, fatta di iniquità e inefficienza.
E invece, forse è possibile, ora, andare oltre e mettere mano a quella riforma della giustizia che la destra ha sempre bloccato nel mentre che strepitava di volerla. Forse, ora quel governo “tecnico” che - pur con tutti i limiti e i non pochi errori - si sta rivelando sapientemente politico, potrebbe essere promotore di una simile riforma. Dalla sua, ha tre vantaggi. Innanzitutto proprio il fatto di venire dopo l’incandescente era berlusconiana e, dunque, di non averne assimilato le tossine, se non assai marginalmente, e di non esser stato tra i protagonisti (vincitori o vinti che siano) di quell’ asperrimo conflitto.
Poi, proprio l’origine non elettorale dell’esecutivo e di conseguenza, una certa autonomia dal consenso popolare (nella prospettiva di misure che potrebbero risultare “impopolari”). Infine, va riconosciuto al ministro della Giustizia, Paola Severino, una cultura giuridica e una impostazione politica interamente condivisibili, fondate sulla certezza del diritto e allo stesso tempo su principi saldamente garantisti. E su un’idea della pena quale quella voluta dalla nostra Costituzione: una sanzione razionale e intelligente, efficace e insieme mite.
Ancora ieri, il ministro ha ricordato quali siano i punti di riferimento essenziali dell’azione del Governo, per un tempo che è appena superiore a un anno. Le riforme possibili devono essere misurate in questa prospettiva. Da qui la scelta di partire dalla testa e non dalla coda, dalle cause e non dagli effetti. Si decide nell’emergenza, ma si decide per il futuro. Liberati dalle pretese di parte, è difficile non riconoscere nei tempi della giustizia, civile e penale, nella penuria e nella contemporanea dispersione delle risorse umane e finanziarie a essa dedicate, e nella drammatica condizione delle carceri i punti essenziali dello stato di collasso in cui versala giustizia italiana. Semplificazione è parola chiave, anche per la riduzione dei tempi della giustizia. Intanto semplificazione legislativa e amministrativa: quanto può aiutare la giustizia italiana una normativa che accompagni e non renda improbo lo svolgimento di una pratica, la soddisfazione di un’aspettativa, l’effettività di un diritto? Difficile misurarlo, ma facile immaginarlo.
Semplificare procedure riduce frustrazioni e ricorsi, accumuli e - infine - lentezze processuali. Ma semplificazione è parola chiave anche nelle prassi e nelle procedure squisitamente giudiziarie. In alternativa non resta che scegliere a quale albero impiccarsi, se a quello di processi infiniti o a quello di domande di giustizia inevase, a seconda di quanto si voglia comprimere o slabbrare i termini di prescrizione. Se, al contrario, come dice il ministro, si vuole partire dalla testa, non resta che lavorare alla semplificazione delle prassi e delle procedure. Razionalizzare poi, questo si deve fare. C’è una delega pendente, al Governo, per la revisione delle circoscrizioni giudiziarie. Le risorse, umane e finanziarie, sono quelle che sono: possiamo permetterci la loro irrazionale distribuzione sul territorio, tanto per tener fede a una geografia giudiziaria che sa ancora di Savoia e di Borbone? Umanizzare, ma sarebbe meglio dire: incivilire. Rendere civili, finalmente, le prigioni. Giustamente il Governo è partito da qui e dalla necessità di rivedere il sistema delle pene e l’abuso della carcerazione.
L’approvazione in Senato del decreto Severino ha mostrato che anche in questo Parlamento si può fare qualcosa e anche di più. Gli emendamenti che hanno dato priorità agli arresti domiciliari rispetto a qualsiasi forma di detenzione e che hanno previsto la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari sono un segno tangibile di quanto sia possibile fare. Ps. Già si sentono aree politiche che si vogliono di sinistra, o addirittura di estrema sinistra, o comunque molto ma molto intransigenti, gridare all’inciucio. Non c’è bisogno di scomodare Nanni Moretti e Ludwig Wittgenstein per sapere che chi parla male pensa male. Inciucio è parola triviale o, al meglio puerile, che rivela una sorta di ossessione regressiva, figlia di una persistente sindrome del complotto e di un irriducibile complesso di inferiorità. E compromesso, lo si dovrebbe sapere, allude a qualcosa di degno: il promettere insieme, l’impegnarsi comune, l’operare condiviso.