«Me l’ha detto lui» il suo modello ora è Candy Candy

Di Guia Soncini
20 novembre 2011
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È un problema generazionale. Se negli anni 80 non fosse stato già adulto, e impegnato a fare la tv invece che a guardarla, allora saprebbe. E invece.
Ieri Silvio Berlusconi ha, senza apparente traccia d’ironia, detto al Corriere della Sera di aver chiesto a Monti «e a tutti i suoi ministri di impegnarsi pubblicamente a non presentarsi come candidati alle prossime elezioni»; quando l’intervistatore gli ha dato corda, incoraggiandolo a equivocare chiacchiere per impegni ufficiali, ha aggiunto: «Non ho parlato con i singoli ministri. Ma Monti mi ha detto che, se il governo andrà avanti, è logico che lui non approfitterà della situazione per candidarsi». Provocando nei lettori una tenerezza infinita – quella che si prova davanti al bambino che striscia i piedi nascondendosi dietro al papà, ché lo sa che lui è grande e forte e lo proteggerà e davanti a lui gli altri bambini non si azzarderanno a schernirlo – ha infine aggiunto, con convinzione, che quello di Monti è «un impegno assunto alla presenza del capo dello Stato».
La bella notizia è che Silvio è un’eroina buona, bionda, e con le lentiggini. Quella che, dal 1980 in poi, è stata il cartone animato più famoso trasmesso dalla tv italiana: Candy Candy. All’inizio della storia, in orfanotrofio, Candy e la sua migliore amica Annie si giuravano che mai si sarebbero separate. Lo facevano tenendosi per mano, quindi doveva esser vero. Lo giuravano sulla loro amicizia, quindi figurarsi se avrebbero potuto mai rompere quella promessa. Poco dopo, una famiglia voleva adottare una sola bambina, e sceglieva Candy. Che, leale, bagnava le lenzuola, con l’infallibile piano «Se pensano che faccia la pipì a letto, non mi vorranno più, e non dovrò separarmi da Annie». La famiglia non faceva un plissé, e ripiegava su Annie. Che, senza lentiggini ma con un certo qual senso pratico, si lasciava adottare. Mollando la povera Candy tra promesse infrante e lenzuola bagnate.
La brutta notizia è che, se arrivasse Patsy Kensit, Berlusconi le crederebbe. Patsy Kensit era una cantante inglese senza voce che negli anni 80 esercitava un certo charme presso gli adolescenti. Una delle ultime canzoni che cantò prima di privare la discografia della sua bionditudine, nel 1988, s’intitolava Cross My Heart. Il ritornello diceva: «Croce sul cuore, potessi morire, mi possano fulminare se sto dicendo una bugia, giuro che è vero: non ho mai amato nessuno più di te». Direte voi, ed è difficile darvi torto: sai che sorpresa. Si sa che è un credulone. Di quale capo di Stato era nipote, Patsy?
È un problema istituzionale: è sempre stato troppo impegnato per accorgersi delle dinamiche relazionali spiegate dal pop. Anche nel 1994, che per lui resta l’anno in cui, diceva sempre ieri al Corriere, «la mia entrata in politica ha cambiato la storia d’Italia»; mica l’anno in cui Ambra Angiolini cantava «e adesso giura, e adesso giura che non hai paura che sia una fregatura».