Chi fa canzonette lo sa: il massimo cui si possa ambire è diventare riempimento automatico. Espressione popolare citata da gente che per lo più non sappia neppure chi l’abbia scritta in origine. Ogni volta che qualcuno non trova la strada e rispondiamo «nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino», ogni volta che l’annuncio di una gravidanza viene accolto da «e se è una femmina si chiamerà Futura», ogni volta che Milano è «vicino all’Europa» o che non ci si può astenere dal far seguire a ogni «ti scrivo» un «così mi distraggo un po’», ogni volta c’è una cosa che vale più dei milioni di dischi venduti con Caruso: la conferma che Lucio Dalla, per chi sia stato vivo negli ultimi quarant’anni in Italia, è un pezzettino di dna.
Nel 1981, Carlo Verdone girò Borotalco, la più riuscita commedia italiana degli ultimi trent’anni. La protagonista (Eleonora Giorgi) era una fan invasata di Dalla, e Verdone fingeva di essergli amico per conquistarla. Ieri, ogni «Ciao, Lucio» aveva in riempimento automatico quello «Stai, stai...» con cui Verdone usciva dalla roulotte vuota in cui aveva finto di incontrare Dalla. Quando si prestò al gioco del film, Dalla era in un momento di grazia che (esattamente come quello di Verdone) sarebbe sempre rimasto insuperato; veniva da Banana Republic, la tournée con Francesco De Gregori e, prima di quella, dal disco perfetto: Dalla, 1980.
Dentro, oltre a Futura e a Meri Luis, c’erano Balla balla ballerino e Cara, che da sole basterebbero a fare una carriera, che da sole basterebbero ad appagare le ambizioni di un cantautore medio.
Il guaio è che quelli che muoiono erano sempre «il più grande», e quindi poi non si nota la differenza quando muore davvero il più grande. Il guaio è che non abbiamo il senso della misura, e quindi già ieri, coll’immediatezza che pare ormai obbligatoria, con la mancanza di silenzio cui ci ha condannato l’opinionismo da social network, era tutt’un operare distinzioni: e però ha fatto anche cose brutte, cose commerciali, cose da dimenticare. E però. E però non ci sono opere minori che attenuino l’impatto di certe, maggiori. Se hai scritto Quale allegria e Com’è profondo il mare, hai diritto a tutte le Attenti al lupo, tutti i varietà del sabato con la Ferilli, tutti i toupé a nido di rondine e le collaborazioni sanremesi che vuoi. Hai diritto di divertirti come ti pare. Dalla aveva, sempre, l’aria di uno che trovasse divertentissimo il proprio essere la storia del pop, una figura di riferimento, un classico.
Il confine tra i classici e chi li crea è labile quanto l’annessa illusione di immortalità. Ero alle elementari, quando uscì quel disco con dentro Cosa sarà e Anna e Marco. Ero in un circolo bolognese, sul bordo della piscina, e lui era sotto la doccia da cui si passava prima di tuffarsi. Era un signore buffo che teneva il collo un po’ storto, perché la doccia non gli bagnasse quel baschetto di lana blu che teneva in testa, che stranezza, anche d’estate. Un’amichetta più grande si avvicinò e gli chiese «Mi canti L’anno che verrà?». Lui sembrò molto divertito, e cantò un classico sotto la doccia. Mi è tornato in mente ieri, e ho pensato ciao, Lucio, stai, stai.