Come alla veglia del Grande Gatsby

Di Guia Soncini
12 novembre 2011
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Immagini sparse da un giorno che entrerà nei libri di storia.
Le bottiglie di champagne che restano lì, messe in freddo da anni, «questa la apro quando si dimette», ma poi nessuno osa stappare, è una di quelle feste che non decollano davvero mai, si sfilacciano per troppo tempo.
Quelli che salutano dietro le telecamere, alimentando l’idea che si debba essere lì, i giornalisti che scrivono sui social network di folle che festeggiano ben prima che le folle si vedano, con quel meccanismo di profezia autoavverantesi che raccontava Tom Wolfe nel Falò delle vanità.
Scilipoti, l’ultimo a parlare in aula a difesa di diciassette anni di berlusconismo, metafora di troppe cose per riuscire a comprendere la tragedia del proprio ruolo, Scilipoti che allarga le braccia, come un consumato entertainer, quando Fini gli toglie la parola e annuncia che sono nati due gemelli, uno dei quali si chiama Giano.
Enrico Mentana che resta in diretta tutto il giorno, va a braccio per otto ore sul niente, perché un domani vuole poter dire ai figli che quella notizia l’ha data lui. L’inviata di Mentana che ne percepisce il nervosismo e non osa dirgli che la folla davanti a Palazzo Grazioli è a star larghi di una cinquantina di persone. Floris che, crollasse il mondo, ha comunque ospite Paolo Mieli.
E nessun canale che riconosca la supremazia, come ideologo politico e pensatore di riferimento e veggente, non dico di Tom Wolfe, ma almeno di Antonio Ricci, il cui <CF161>Drive In</CF> già negli anni Ottanta aveva capito che il futuro era in una precisa figura sociale: il bocconiano fuori corso.
E poi Emilio Fede che, come il Nick Carraway del Grande Gatsby, dice che allora va via anche lui. L’amico fedele. L’unico.
Immagini sparse da un classico della letteratura.
«Quando ammazzano <CS9.7>qualcuno non mi piace mai immischiarmi. Me ne tengo fuori. Quando ero giovane era diverso: se un mio amico moriva, non importa come, stavo con lui fino alla fine. Penserà che sono un sentimentale, ma è così – proprio fino alla fine» è la risposta che Meyer Wolfshiem dà a Nick Carraway. Jay Gatsby è morto, e sono spariti tutti. Tutti quelli che andavano alle sue feste, tutti quelli che frequentavano la sua casa e la sua Rolls-Royce gialla. Gatsby è morto e Nick nella sua ingenuità ha appena detto a Meyer: «Lei era il suo amico più stretto e quindi sono certo che oggi pomeriggio verrà al funerale».
Era il 1925, quando Francis Scott Fitzgerald pubblicò per la prima volta Il grande Gatsby. Un’età dell’innocenza in cui <CS9.8>Carraway ancora poteva stupirsi che Daisy Buchanan non solo non fosse al funerale, ma non avesse mandato neppure un fiore o un biglietto. Daisy, che Jay era diventato ricco apposta per conquistare. Daisy, che sembrava la più innocente e fragile delle arrampicatrici sociali. Non c’era neanche una inquilina dell’Olgettina, ieri, a palazzo Grazioli, mentre Silvio Berlusconi svuotava il banco all’ultimo giorno di scuola, ad aspettarlo, un po’ mogio, al ritorno a casa, con quegli astucci delle matite che non gli sarebbero mai più serviti, con i compiti che non avrebbe mai più avuto una scusa per non aver fatto.
Oltre a Nick e ai domestici, al funerale di Gatsby c’erano altre due persone. Il papà, e un estraneo. Nick non sa il suo nome, l’ha visto una volta, e quello si scusa di non essere andato a casa di Gatsby, quella dove la veglia funebre era stata l’unica festa disertata dagli invitati. «Nemmeno gli altri», risponde Nick. Lo sconosciuto si indigna, povero innocente, il 1994 è lontano quasi quanto il 2011: «Ma come, Dio mio! Ci andavano a centinaia».