Non mi pare che nessun giornale abbia ricordato la figura e l’opera di Colin Ward, educatore e urbanista inglese morto l’11 febbraio scorso. Cerco di rimediare e di spiegare le ragioni della mia affezione a questa singolare figura di anarchico, le cui opere sono pubblicate in Italia da Eleuthera (consiglio per cominciare le Conversazioni con David Goodway, anche per la ricostruzione di un’epoca e di una storia - la classe operaia inglese, la guerra di Spagna e la mondiale, la cultura inglese antistalinista e anticapitalista alla Orwell…), mentreIl bambino e la città, che mi pare il suo capolavoro, è edito da L’ancora del Mediterraneo con la prefazione di Marco Rossi-Doria.
Ho accompagnato Ward molti anni fa in un suo viaggio italiano e lo ricordo nei vicoli di Napoli affascinato e spaventato dalle prodezze dei ragazzini in motorino e lucidissimo analista dei problemi della città con gli studenti di architettura. I grandi utopisti si sono interessati tutti, per prima cosa, di bambini e di città, e cioè del futuro dell’uomo e dei suoi modi di convivere. Lo stesso hanno fatto i grandi riformatori, i grandi urbanisti, e Colin, urbanista di formazione e impegnato in cento progetti di edilizia popolare in Inghilterra, è stato molto vicino ai grandi teorici di una città a misura d’uomo, come i fratelli Goodman o Lewis Mumford (quello di La città nella storia, un libro che gli studenti di architettura dovrebbero imparare a memoria non fosse che per sputtanare certi loro professori).
Anni fa Enzensberger scrisse, scandalizzando alcuni, che gli architetti sono diventati i peggiori nemici dell’uomo moderno. Non direi che avesse torto, a giudicare dalle gabbie in cui essi ci costringono, dalla loro accettazione delle regole imposte dai costruttori e da altri “padroni della città”, primi fra tutti i fabbricanti di automobili. (A loro unica giustificazione, l’amore che “l’uomo moderno” sembra avere per le sue “moderne” gabbie primarie: l’appartamento in mezzo a migliaia e migliaia tutti uguali e ugualmente barricati, e l’automobile, che è una prigione più piccola e ancora più soffocante. Tra parentesi, Ward ha scritto anche di temi centrali come l’automobile e l’acqua.) Oggi che l’urbanistica è morta, e gli urbanisti si sono arresi all’idea che ci possa essere solo la “città diffusa” e cioè una scalcinata e disordinata valanga di capannoni villette supermercati in un pianeta tutto urbanizzato, e pronti a cantarne le lodi pur di continuare a guadagnar bene e a sentirsi importanti; oggi che l’architettura privata ha bisogno al più di geometri e quella pubblica si esalta per i grandiosi mega-progetti holly e bollywoodiani alla Renzo Piano (uno dei pochi super-celebrati super-divi mondiali dei super-monumenti che celebrano il nostro super-tempo e i suoi super-boss, certamente amico e sodale di Gae Aulenti, super-specializzata nello stupro di vecchie piazze) tutti questi discorsi possono sembrare muffa e forse lo sono, ma ogni ipotesi di futuro riguarda… i bambini e la città, per l’appunto, e su queste due cose è doveroso, è moralmente obbligatorio riflettere.
La seconda ragione per ricordare Colin Ward è il pensiero anarchico moderno, non quello di certi patetici individualisti (o pseudo) di ieri o di chi teorizza il modo di farsi i fatti suoi (ma allora nulla è più anarchico del Capitale, ricordava Marx) ma quello dei “revisionisti” del Novecento, primi fra tutti Malatesta e Berneri maestri di un’Italia migliore, poco studiati o dimenticati o censurati dal pensiero dominante delle grandi “parrocchie”. Occorrerebbe dunque parlare dell’anarchia come di un pensiero moderno che ha finito necessariamente per contagiare i migliori pensatori a cavallo di secolo, i più preoccupati delle sorti del mondo.
Per dirla in breve e parafrasando un detto - sano - di Croce, in un mondo come quello in cui viviamo, dominato da forze mai del tutto palesi e in cui gli individui contano solo oltre un certo livello di reddito, per chi non accetta il mondo così come ce lo impongono è diventato legittimo dire che non possiamo non dirci, in qualche modo, anarchici. Oltre ogni significato ed esperienza storica dell’anarchia, e oggi e proprio oggi. D’altra parte, alla domanda, «Ma in definitiva che cos’è l’anarchia per te?», il saggio e gentile, il pacato e umile Colin Ward, in un incontro con un gruppo di giovani romani organizzato con quattro amici architetti (sic) e operatori sociali e volontari, rispose con la più bella definizione attuale di anarchia che io abbia mai sentito: «È una forma di disperazione creativa».