Franz Kafka in Gottlandia

 
Di Goffredo Fofi
5 aprile 2010
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La parola "kafkarna", intraducibile ma usata a Praga nel linguaggio corrente, deriva ovviamente da Kafka – il più illustre scrittore di quella città con Hasek, quello del "Buon soldato Schwejk", con Hrabal, quello di "Ho servito il re d’Inghilterra", e con Capek, quello di "R.U.R."dove si trovò per la prima volta, negli anni venti del Novecento, la parola "robot". "Kafkarna" potrebbe venir tradotto approssimativamente con "assurdo", e d’altronde anche noi usiamo l’aggettivo “kafkiano”, piuttosto a sproposito, per dire qualcosa di simile.

Gadda, in un famoso intervento contro il neorealismo, disse che “barocco è il mondo” e che all’artista non resta che mostrane la baroccaggine. Ma forse più che barocco esso è oggi assurdo: assurdo è, a ben vedere, il nostro modo di vivere, cioè il modo in cui accettiamo di vivere, in cui accettiamo le regole delle società che ci hanno intrappolato. Ce lo ricorda "Gottland", il libro del giornalista-scrittore polacco Mariusz Szczygiel (nome difficile da pronunciare per noi italiani, ma che tradotto darebbe Cardellino), edito da Nottetempo nella vivace traduzione di Marzena Borejczuk, che è dedicato appunto a Praga e alla Repubblica ceca, ma anche alla ex Cecoslovacchia che comprendeva Boemia, Moravia e Slovacchia fino alla caduta dei muri (e non era stato sempre così). Si tratta di un insieme di “pezzi” o racconti che dimostrano la vitalità del giornalismo polacco, forte di una tradizione tardo-umanista capeggiata da Kapuscinski.

Intanto è rimarchevole che un polacco dedichi una serie di investigazioni e racconti a un Paese confinante, ma assai diverso dal suo: la Polonia, cattolica, è un posto dove ci si butta nella Storia ed è onorevole morire per la patria, dice Szczygiel, mentre la Cecoslovacchia, piuttosto atea, pratica meglio l’arte della resistenza passiva. In una serie di percorsi biografici – la famiglia Bata delle famose scarpe, l’attrice Lida Baarova che fu amante di Goebbels e recitò anche nei "Vitelloni", uno scrittore che cambiò nome e stile passando dall’esaltazione del fascismo a quella del comunismo, la vecchia nipote di Kafka che ha sempre rifiutato le interviste, la costruzione e la distruzione della più grande statua di Stalin nell’impero sovietico, le disavventure dello sceneggiatore Kachyna che cominciò così un soggetto: «Questa storia è inventata. I fatti realmente accaduti furono molto più atroci», le vite parallele di alcune dive della canzone e di un tal Gott il divo numero uno della musica cèca da anni, una via di mezzo “tra Elvis Presley e Luciano Pavarotti” (e Gott vuol dire Dio), eccetera – l’autore ci aiuta magnificamente a capire un Paese, la sua cultura, la sua storia.

Consiglio "Gottland" per due motivi che sono anche molto italiani, e lo consiglio anzitutto agli aspiranti giornalisti, perché imparino qualcosa del mondo e perché vedano che si può ancora fare del giornalismo un’arte. Il libro è dedicato a Egon Erwin Kisch, un geniale giornalista ebreo praghese degli anni di Weimar, pressoché sconosciuto in Italia che lessi in francese quando per capire il presente credevo fosse fondamentale capire di più degli anni Trenta del Novecento. Kisch girò il mondo, sui fronti della pace e su quelli delle guerre e inventò un modo di fare giornalismo influenzato dagli scrittori delle avanguardie, un modo che qualcuno definì “cubista”. Szczygiel parte da lì, il suo maestro è Kisch e non Kapuscinski. La scrittura deve adeguarsi a un mondo che è assurdo e spiegabile solo se ne colgono le incongruenze, i paradossi, perfino la comicità che s’unisce alla tragedia. Il giornalismo può elevarsi a forma d’arte, "Gottland" dimostra che il giornalismo può essere ancora (lo è rarissimamente) un’arte fondamentale del nostro tempo.

Ho citato Kapuscinski  anche per un secondo motivo, le chiacchiere sulla sua presunta doppiezza. È una canzone stranota: certi servili intellettuali di oggi devono dimostrare che tutti si è servili (vi ricordate del caso Silone, del caso Bobbio?), e fa loro comodo dimenticare la differenza tra chi vive sotto una dittatura e, se vuol lavorare e vivere deve accettare per forza dei compromessi, e chi, oggi, in una democrazia dominata dal denaro, serve voluttuosamente il potere insultando chi ben altri poteri ha dovuto sopportare. Cosa avrebbero fatto questi nostri moralisti del cavolo se fossero cresciuti e vissuti, per esempio, sotto il fascismo? Ce ne avrebbero fatte vedere delle belle, certamente! Leggano, per restare in Italia, nel vecchio libro Laterza su "La generazione degli anni difficili" la testimonianza di Italo Calvino e di altri diventati adulti al tempo del duce. "Gottland" non parla solo di Praga, anche dell’Italia di ieri e dell’Italia di oggi, più "kafkarna" che mai...