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Dio non si è dimenticato dei democratici

Di Don Filippo Di Giacomo
26 gennaio 2012
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Lunedì scorso anche a Roma, si sono concluse le votazioni degli iscritti che dovranno scegliere i candidati alle segreterie regionali per le primarie. Quando il 12 febbraio avranno luogo quelle pubbliche, aperte cioè a tutti gli elettori, i nomi entrati in lizza indicheranno al partito su quali energie dovrà indirizzarsi, per proporre ai cittadini un’immagine e un programma emendati da molti errori, quali l’incapacità di reagire alla pessima qualità del governo della città e all’allegra spartizione del welfare privato della Regione; e magari bisognerà essere capaci di fare ammenda di qualche peccato contro natura, come aver candidato nel 2010, alla presidenza di una Regione di cassaintegrati la prima fautrice dell’abolizione dell’articolo 18.

A Roma hanno concorso in quattro: Enrico Gasbarra, Marta Leonori, Giovanni Bachelet, Marco Paciotti. Dietro la prevedibile affermazione di Enrico, Marta si è attestata come la vera sorpresa di questa prima fase delle primarie 2012, la candidatura più competitiva: ha avuto lo stesso risultato sia nelle sezioni cittadine sia in quelle sparse nelle province laziali. Giovanni Bachelet e Marco Paciotti rispettivamente hanno ottenuto il terzo e il quarto risultato. I primi tre, scenderanno di nuovo in lizza a febbraio.
A tutti e quattro comunque, appartiene una qualche “pertinenza” con l’ambito formativo cattolico: Enrico Gasbarra e Giovanni Bachelet, ciascuno a loro modo, il segno lo hanno da sempre; Marta Leonori (classe 1977) è stata scout nella sua intera proposta formativa, fino alla “comunità capi”, Marco Paciotti ha svolto le sue prime attività di volontariato con i gruppi di Sant’ Egidio. Ognuno per la propria strada, in un partito che, nelle sue cellule di base, (citando Ilvo Diamanti) sta sperimentando positivamente la dimensione personale, locale, delle interazioni quotidiane. Che poi Marta Leonori sia molto gradita al popolo della parrocchie, dovrebbe far riflettere anche i pochi che, a vario titolo e per motivi diversi, invitano a fischiare sempre i cattolici in via preventiva. Perché, almeno nel Lazio, dopo le batoste elettorali del 2008 e 2010 i democratici dovrebbero fare attenzione ai dati che (sempre citando Diamanti, quando ricorda le analisi sulle «subculture politiche territoriali, bianche e rosse e spiega le relazioni fra elettori, che hanno mostrato la persistenza, su base locale, delle organizzazioni e degli orientamenti sociali e politici, nel lungo periodo») smentiscono la presunta perdita di rilievo del voto di appartenenza e il presunto “allargamento” della fluidità e della mobilità sociale.

In uno scenario politico come quello romano, dove i borghesi “de sinistra” a sessant’anni non hanno ancora deciso da che parte schierarsi, quest’anno la base cattolica, è andata a pregare ad Ancona e non a Todi a fare fiera e carriera. E, per intenderci, facendo la via crucis per le strade anconetane, pregava invocando la forza (ottava stazione) per riuscire a medicare «le meschinità e lo schifo del nostro tempo». Forse, va considerato che questo popolo profumato di sudore e carico delle fatiche che sta affrontando per dare forma e forza alle sfide dell’evangelizzazione, è buona risorsa anche per la valorizzazione dei circoli, delle iniziative delle donne (lo abbiamo visto l’anno scorso) e dei giovani; anche mediante la proposta di vera formazione politica, della messa in rete delle tante e dei tanti che stanno fornendo le gambe (scegliendo come principale vincolo partitico l’autofinanziamento) a chi vuole rimobilitare questo Paese verso una politica diversa e davvero migliore.
A Roma si voterà l’anno prossimo, e il Partito democratico non potrà certamente presentarsi alle elezioni con una classe dirigente ottusamente conglomerata in un conformismo che, da decenni, riesce nell’incredibile esercizio di clericalizzarsi e, al contempo, mantenere in vita il feticcio di una secolarizzazione, trasformata ed esibita, al servizio di un’ideologia collaterale ai poteri forti, addirittura occulti.
In un’epoca in cui lo Stato non ha più il monopolio della vita politica e la Chiesa ha perso il monopolio della religione, largo dunque al nuovo che avanza. Anche una regola evangelica dice che i talenti, tutti i talenti, sia quelli cattolici sia quelli laici, fruttano solo se messi dinamicamente in gioco e sfruttati nelle loro potenzialità. Imbalsamati e adorati nelle sacrestie e nelle segreterie dei partiti, non servono a niente.
Quando poi vengono messi in gioco a proprie spese, specialmente dai giovani, è il segno che Dio non si è ancora dimenticato dei democratici.