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I giovani talenti che potrebbero salvarci

Di Bruno Ugolini
1 gennaio 2012
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Sono storie di giovani donne e uomini che hanno lasciato l’Italia e hanno trovato il modo di sfruttare il proprio «sapere» all'estero. Eppure sono «talenti»: avrebbero potuto contribuire a nuove prospettive di «crescita» e impedire l’inesorabile abisso nella recessione. Le loro vicende sono raccolte nel libro «La fuga dei talenti» di Sergio Nava. Scrive Giuseppe Ceretti in una recensione sul Sole 24 ore on line … «è una raccolta di storie di ordinaria follia... all’ultima pagina  il lettore viene colto da un senso di frustrazione: davvero tutto ciò sta accadendo nella Repubblica che i nostri padri costituenti vollero fondata sul lavoro?». Parole che tornano d’attualità oggi in un impegno come quello dedicato proprio ai giovani dal presidente Napolitano.
L’indagine di Nava è proseguita, oltre il libro, attraverso una trasmissione su Radio 24 che ha superato le cento puntate dal titolo, appunto, «Giovani Talenti». Un racconto settimanale poi riversato in un Blog (http://fugadeitalenti.wordpress.com). Ed ecco che troviamo la storia di Lorenza avvocatessa sbarcata in quella Danimarca così spesso indicata (a parole) come nostro futuro modello.  Lei, avvocata, aveva a Roma un lavoro presso una multinazionale ma con orari insostenibili: 12-15 ore il giorno. Così è scappata in Danimarca: «Lassù il suo stipendio è triplicato, le ore di lavoro si sono ridotte del 33%, e la qualità della vita è impagabile». Così giudica l’Italia: «È il paese delle corporazioni… come quella degli avvocati, basate sui privilegi, sull’onore della casta, sulla totale mancanza di trasparenza».
Una storia simile è quella di Mauro, architetto, da tempo abilitato alla professione. Ha investito nella propria formazione professionale, con il risultato che spesso si sente dire che è troppo qualificato e assumerlo sarebbe un investimento troppo oneroso. Preferiscono «i giovanissimi professionisti, privi di esperienza, che lavorano fino a 70 ore settimanali per guadagnare 800 euro al mese». Così, commenta «un giorno ci troveremo con pochissimi specialisti e professionisti». Tutti all'estero. Non troveremo più, ad esempio, il geologo Daniele, reduce da «quattro anni tra precariato, prospettive di carriera nulle, livelli salariali ridicoli, scarsi investimenti nella formazione». Ora è a Londra. Lavora in progetti di escavazione di gallerie in ambiente urbano. Qui ha trovato «regole trasparenti, meccanismi di selezione espliciti, politiche e programmi di sviluppo in grado di promuovere opportunità». Così chiede: «È l’Italia in grado di offrirmi tutto questo? È l’Italia un’opzione plausibile, in risposta alle mie aspirazioni? Al momento, la risposta è negativa… ». Parlano a un Paese che dovrebbe occuparsi di queste tematiche invece di discutere di licenziamenti facili per coloro che hanno già posti traballanti.