Quello che resta. È difficile immaginare di essere così vicini al mostro. Chernobyl è una parola che fa tanta paura, ancora. Un nome proprio diventato sentimento comune, spavento. Riaffiora dai muri giganti, tra il cemento violento, il suo vapore, quel suono di geiger, la città di Prypiat, ferma nel tempo, con gli alberi che crescono nelle scale e negli ascensori dei palazzi abbandonati generazioni fa e lupi e volpi e cervi a spasso nella morte. Tutto lì è oltre la vita. Io faccio il pediatra in periferia, certo sono «musicista e scrittore», come c’è scritto qua sopra, ma sono un pediatra e vivo questo mio lavoro tra moltissimi stranieri. Qualche anno fa, un papà ucraino di nome Boris mi raccontò per lettera la sua storia, me la diede in mano, semplicemente, e mi chiese di raccontarla in giro, perché servisse di memoria, come monito di vita vissuta. La tragedia del Giappone di queste ore, la paura della contaminazione nucleare, delle centrali scosse dal terremoto, mi ci ha fatto ripensare ancora una volta, una volta di più. Realtà prima che politica e salotto. Qui si parla di Ucraina e bambini, di Chernobyl, di fuga e rinascita …
Boris mi scrisse: «… certo, Chernobyl, era l’’86, avevo tredici anni e da lì tutto è cambiato. È sparita la campagna, la frutta, la verdura, l’estate dalla nonna, l’inverno davanti al fuoco. Mi hanno preso, qui in Italia, quasi in prova, per un periodo di vacanza.
Mia nonna è morta di tumore, qui da voi sono restato e neanche è stato tanto facile riuscirci. Unica passione vera per me, la bici, unica pelle di ricambio che mi porto addosso. A Ferrara, dove approdai all’inizio, ci andavano tutti e, almeno per questo, mi sembrava di tornare bambino. Le vecchie, i ragazzi, le donne ben vestite, gli uomini al mattino per il turno di lavoro, la vigilessa, il lattaio e il postino.
Io andavo da casa di mia nonna a scuola, anche in pieno inverno, otto chilometri ogni mattino e arrivando sempre in tempo. Conoscevo un cane lupo a metà percorso, la strada era tanto dritta che lo vedevo saltellare nella neve ancor prima di sentirlo abbaiare e da lì era come un film muto. Poi lo raggiungevo e da quel casolare pedalavo sempre insieme al suo padrone, il mio caro amico Taras.
Andavamo insieme, sotto il cielo lungo e silenzioso, sprintando ad ogni ponte a qualsiasi lampione, avvertendo l’altro all’improvviso in modo che non potesse più recuperare … fino al finale nel viale della scuola, con volata nel campo di pallone.
La mia bici era fatta coi pezzi di altre più vecchie, e andava proprio forte. Mia nonna mi ci aveva cucito un bel sellino, coi colori della Dinamo.
Bianco con la striscia azzurra trasversale.
La squadra del mio cuore.
Anche Taras a sedici anni è morto di tumore».