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La memoria è tutto dedicato a mio padre

Di Andrea Satta
28 gennaio 2012
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La memoria è tutto quello che siamo. In questi anni cinici, un ancoraggio alla vita che viviamo. Però può diventare retorica e questa paura intima a molti distacco. Così le acque si confondono e un po’ è nostalgia, un po’ è celebrazione, un po’ perde forza e si banalizza.
Ma la memoria è tutto quello che siamo. Io, che di una lunga serie di sorelle sono l’ultimo bambino e che ho avuto la fortuna di vedere sulle tibie di mio padre, ancora a novant’anni, le tracce del mitra che gli scaricarono addosso a Zwickau, che erano lì ancora anche quando stava per morire, mentre gli sistemavo le lenzuola all’Ospedale, io mi ricordo bene le sue parole: «La guerra, non lo dimenticare, Andrea, è solo orrore».
E io non dimentico i tuoi ritorni a casa, papà, al sesto piano senza ascensore, con la legna nel sacco di juta, perché noi avevamo il camino per riscaldare, e non dimentico i tuoi racconti e, nel frattempo, il tuo armeggiare con gli alari nel fuoco, le scintille e la legna troppo verde che scoppiettava e il profumo di resina di pino e di eucalipto. Non dimentico le pause larghe nei tuoi racconti, le religiose attese, la descrizione delle tue giornate, le fughe disperate, le notti congelate, le adunate, la neve, nell’esercizio crudele di stare in piedi, nudo per ore e ogni umiliazione e violenza che confessavi aver subito, a me che vivevo di “Album dei Calciatori” mai completati e qualche “Topolino” per ingannare il tempo nei giorni dell’influenza.
Per me, allora, papà, eri un eroe salgariano, ora so che eri solo un meraviglioso essere umano. Soprattutto quando ho scoperto pochi anni dopo la tua morte, un pomeriggio che mia madre, bianca e silenziosa, rovistava fra vecchie foto e mille carte, come se qualcuno potesse ritornare, la tua denuncia contro il Furher del tuo campo di dolore, tale Joseph Hartmann. Di quel foglio, stampato con una Olivetti modello 40 e qualche X a correggere gli errori, indirizzato al Comando Americano di Dresda, eri il primo firmatario, il primo di un tragico rosario.
Joseph Hartmann, delirante per la caduta del Reich, ormai incombente, chiuse tutti i prigionieri tuoi compagni nella baracca, appiccò il fuoco e con la pistola, fra urla orrende e puzza di carne umana arrostita, sparò ai quei disperati uno ad uno, spalleggiato nel cecchinaggio, dal suo luogotenente, centrando un braccio, una testa, un dito, un occhio e qualunque altro brandello di umano sporgesse dal rogo. Tu, che per culo, eri stato dimenticato a raccogliere patate nella parte alta del recintato, vedesti tutto, con una cassa di patate gelate in mano. È scritto e firmato.
La memoria è tutto quel che siamo.