Il Wwf e il Fai: «Italia devastata
moratoria edilizia, no abusivismo»

sarno frana 640
Di Stefano Miliani
31 gennaio 2012
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Terra rubata alla terra, ai fiumi, al mare, alla montagna, per costruire, costruire, costruire. Anche dove è pericoloso. Condoni per edifici che poi vengono travolti da frane o fiumi. Quattro milioni e mezzo di abusi edilizi dal 1948 a oggi (207 al giorno); 84 aree protette a rischio dai progetti per le grandi infrastrutture; 6.400 vittime tra morti, feriti e dispersi per frane dal 1950 al 2009 (oltre 100 l’anno). Le immagini delle devastazioni provocate dalle piogge e dal dissesto del territorio in Liguria e nell’alta Toscana sono ancora fresche nella memoria.

WWF e FAI, IL DOSSIERIL PDF

Domenica sera “Presa diretta” di Iacona su Raitre ha mostrato come e quanto l’edilizia, cave e discariche fagocitino colline e pianure. Ora conferma il disastro un dossier promosso dall’università dell’Aquila con il Wwf Italia, la Bocconi di Milano, l’Osservatorio per la biodiversità della Regione Umbria e reso pubblico dal Fai con il Wwf: investe 11 regioni, si intitola “Terra rubata. Viaggio nell’Italia che scompare”, sforna quei numeri appena citati e calcola che cemento e mattone in Italia inghiottiranno nei prossimi 20 anni 600mila ettari, ben 75 ettari al giorno sancendo il tramonto del cosiddetto “bel paese” dove, come accade nelle campagne venete, è impossibile camminare a lungo senza imbattersi in capannoni.

Contro il dissesto le due associazioni propongono nuove strategie con una “Road Map” in 11 punti. Tra questi: censire l’abusivismo edilizio a livello comunale per contrastarlo in modo mirato; limitare l’urbanizzazione nei nuovi piani paesaggistici mettendo una moratoria alle nuove costruzioni; permettere un cambio di destinazione d’uso (per esempio il classico passaggio speculativo da terreno agricolo a edificabile) solo se rispetta l’ambiente e ci sono le condizioni di trasporti pubblici e viabilità; estendere da 300 a 1000 metri dalla linea di battigia il margine di salvaguardia delle coste (non è impossibile, lo aveva fatto la precedente giunta sarda); difendere i fiumi (e le persone) abbattendo e spostando gli edifici dalle zone a rischio idrogeologico; obbligare chi inquina a bonificare, a spese sue e non della collettività, senza poi ricompensarlo con licenze per costruire.

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